lunedì 29 settembre 2008

28-29 settembre - II edizione - notturna di blog - sono un pendolo

Ed eccomi di nuovo qua a scriver due parole, come se non riuscissi a staccarmi, dal gusto di raccontare la propria vita a sé stesso. Che rimane, e cosa rimarrà poi di queste due parole? Di me un giorno spero lontano, forse un mucchio d'ossa e poco più e di queste parole chissà?
Domanda inutile infondo per chi come me altro non è che un pendolo. Che ruota intorno a un perno ovvero me stesso e le mie idee. Ma allo stesso tempo ho un attrito e un tempo di oscillazione. E più che altro tendo prima a un sistema e poi al suo contrario. Un sistema di scelte che mi rende tanto flessibile quanto ossimorico e tende solo volersi parare il culo. In realtà rimango preso tra lo schiaccianoci, tra la volontà e la non-volontà. Come tra presenza e assenza e così per tutto. Dalla presenza si trae il piacere della realizzazione e quindi della completezza raggiunta attraverso l'esterno, e al contrario dall'assenza il piacere di ciò che non manca, e quindi della completezza raggiunta attraverso l'interno. Volontà e non-volontà. Occidente e oriente. E dunque tra queste due vie oscillo, come un pendolo: la presenza e il suo contrario. Sostanzialmente un dualismo continuo che appunto fa di me un pendolo.
E allora torni da una serata con gli amici e ti chiedi della solitudine e del suo superamente ma sai che in fondo, per un attimo, ti sei dimenticato la domanda, ed è questo il grande successo. Una bella serata, le strade, i lampioni e la moto che borbotta. Qualcuno fuori dal pub magari sta dimenticando, proprio come te prima. Ed ecco dunque che la strada si apre, si fa più larga e cerca posto nei tuoi pensieri che ti vorrebbero portar lontano. E ti portano agli occhi appena lasciati. E invece è la strada che hai davanti, te ne ricordi e cerchi di assaporarne il vento ora sul collo, ora sul viso. Il motore borbotta e tu non sei da meno...sei felice di te stesso e dei tuoi amici, questo forse per stasera ti basta, lascerai la tastiera e smetterai di scrivere, alla faccia del dualismo, di quella doppia pulsione provocata in risonanza ora dal valore aggiunto ora dall'elemento di disturbo... a seconda dei punti di vista

a presto

G.J.B.

P.S. era tanto che non scrivevo due blog lo stesso giorno!

domenica 28 settembre 2008

28 settembre - fin troppo di filosofia da domenica pomeriggio

Quello che cerco di tenere quando sto in questo mondo è l’equilibrio. L’equilibrio in ogni senso è a mio avviso la chiave di ricerca continua che sostanzialmente contraddistingue l’essere umano. E la sua ricerca, la sua persecuzione, nel bene e nel male riguarda tutti. Ora è evidente tuttavia come l’equilibrio sia solo un illusione, come una retta immaginaria che ci portiamo dentro e che tentiamo costantemente di seguire e perseguire sapendo tuttavia che esso è impossibile, poiché il disequilibrio stesso è la concatenazione degli eventi e quindi la prosecuzione della nostra vita. Dove allora la nostra vita diviene disequilibrio costante e costante impegno nel cercare l’equilibrio dell’istante, quel momento perfetto quando ciò che sta fuori e ciò che sta dentro, quando ciò che è palese e ciò che è nascosto, appare in un evolversi armonioso. Credo che la felicità o la serenità nascano da un continuum di momenti del genere.
Nei confronti della realtà siamo a mio avviso come allo specchio con noi stessi, in cui è però essa a dettarci il contesto in cui ci muoviamo e ci specchiamo e dove sta a noi scegliere il movimento in base ad essa. L'immagine che vediamo nello specchio è poi la nostra realtà quotidiana e il nostro stare. E i riflessi come maschere. Le nostre maschere sono quindi la realtà che gli altri vivono di noi e come noi ci vorremmo porre di fronte ad essi. Dove però la maschera è di un momento conscio e quindi non necessariamente vero. Il volto vero si fa quello nascosto, quando non obliato. Corrisponde sostanzialmente a ciò che facciamo quando scegliamo un vestito dove esso tanto avvolge quanto nasconde. Eppure allo stesso tempo comunica attraverso la foggia e i colori. Tutti infatti conosciamo la gradevolezza di sentirsi adeguati al proprio vestito, dove però il costume è tuttavia pur sempre un ammantamento di una serie di pulsioni inconsce e incontrollabili che a volte traspaiono. E tanto più la maschera aderirà al volto sottostante, tanto più sarà comoda. Se al contrario le nostre pulsioni vengono represse la maschera resterà uguale a sé stessa ma farà trapelare un anima sofferente e un volto deforme e deformato. Sarà allora un nascondiglio, attraverso cui vedere il mondo. Un mondo che comunque ci apparirà deforme e deformato in corrispondenza con la nostra maschera. Ciò che è interessante osservare è che tanto la maschera quanto il nostro essere sono in continuo mutamento e costretti a volontà non loro. Conseguentamente questo ci può consentire, entro certi limiti di vedere la realtà esterna in modo fluido e aperto. E dunque l’equilibrio è solo un gioco di maschere, di continui cambiamenti e ricerca d’un armonia impossibile, se non in alcuni istanti di perfetto accordo corrispondenti a ciò che normalmente si fa appartenere al termine di felicità. Da non confondere tuttavia con la serenità dove essa è più duratura ma dove giocano però l’anelito, la volontà e la non-volontà. E allora l’anelito si fa il viaggio e il viaggiatore Ulisse o la continua ricerca. E alla fine è il sottoscritto quando cerca di scrivere, o quando contempla il mondo da una finestra, o quando semplicemente si riconosce sopraffatto dalle passioni e vede il proprio stesso limite. Quando butto via tempo, o quando non opero in un sistema tale che mi permetta di vivere il giusto distacco e quindi di prendere la necessaria distanza per vedere e concepirmi in un insieme di un flusso continuo di azioni e reazioni e non il centro di questa catena. È un’aspirazione che mi permetta di concepire il mondo come un flusso a cui il libero arbitrio è assoggettato. La paranoia e la presunzione del mondo occidentale e del suo sistema a mio avviso nasce dalla mancata accettazione di questo sistema di equilibri, di cui non siamo il centro ma la periferia. Nasce dalla volontà della misura e dalla presunzione di semi-onnipotenza. Presunzione a cui tutti, per quanto ci possiamo sforzare, siamo soggetti. Anche in virtù del fatto che il dolore, la sofferenza così come la gioia, hanno valore soggettivo e non oggettivo. Allo stesso modo pensiamo di poter controllare noi stessi e il nostro futuro, non capendo invece che si tratta solo ed esclusivamente di scegliere in base a un presente imposto. Ma è comunque vero che lo spazio lasciato alla scelta è necessario e fondamentale perché esso ci permette di vivere come ci conosciamo. Ciò che voglio dire è che la scelta è tanto necessaria e importante quanto spesso condizionata più di ciò che non vogliamo ammettere. Non mi voglio nascondere dietro un fatalismo eccessivo e alla fine erroneo, ma è come se tutto rientrasse in un enorme cornice di un quadro disordinato, multicolore e multiforme. Se vedessimo questa condizione di assoggettamento non come una maledizione, non come qualcosa a cui ribellarsi, ma semplice come un qualcosa da cui farsi trasportare e con la quale entro certi limiti possiamo interagire allora forse potremmo evitare parte della nostra sofferenza. Il problema è allora stabilire quali siano i limiti ed è chiaro che questo è il gioco del pendolo e dell’oscillazione dove ora siamo a agire in un senso e poi nel suo esatto opposto. Ce ne stiamo rapiti ora dalla ricerca della flessibilità ora dalla ricerca di ciò che in quel momento ci tiene incollati a una dimensione di anelito e o soddisfazione o frustrazione a seconda che la corrente sembri andare nella direzione che vorremmo. Quel che voglio dire è che siamo capaci sì di nuotare ma sempre all'interno di correnti con le quali dobbiamo fare i conti, delle quali però non necessariamente conosciamo e riconosciamo la forza. Ciò che in realtà ci ingenera il dubbio è dunque la nostra capacità di influire, poiché ci chiediamo sempre, in base agli elementi che abbiamo, quali sia il sistema più adatto per inoltrarsi nel mare e raggiungere magari pure il nostro fine. Il gioco è tra il libero arbitrio e la volontà. La domanda è se: è vero che agiamo all’interno di un insieme più grande di servo arbitrio, quale è lo spazio che ci è consentito per il nostro libero arbitrio e in che misura esso andrà a modificare la situazione generale di servo arbitrio e in che misura invece essa mi recherà danno e dolore poiché non vi sarà una modificazione, ma solo uno scontro dal quale non possiamo che uscire perdenti?
L’abilità sta nel scegliere ciò che ci è in quel momento più congeniale e la maschera che maggiormente aderisce a quello che è il nostro viso interiore e inconscio. Lo scambio perfetto, l’equilibrio inesistente che andrebbe a comporre il cerchio, rotto dal primo pianto, quando nasciamo.


Via se siamo arrivati fin qui facciam trentuno ma facciamolo ridendo, ho guidato con sommo piacere la mia moto e ultimamente non ho più molto cantato in macchina come un cretino a squarciagola…potrei dirvi molto altro, di me,e degli occhi che mi circondano, ma in fondo, son cose personali che trapeleranno magari altrove, magari in altre forme, magari in altre pagine… per questo voglio una casa editrice. Per nascondermi per un periodo breve e non svelare un quotidiano di cui non mi vergogno, ma che in fondo sento come mio perché profondo… Per ora sappiate solo che mi resta la gioia di poter vedere e condividere il passaggio mio e altrui in questo mondo, e che il troppo vivere porta a scrivere poco e a fare ancora meno… o forse no?

Un bacio grande e grazie

G.J.B.

venerdì 26 settembre 2008

25-26 settembre - da casa

Una delle cose che mi affascinano maggiormente in natura sono i rapporti tra gli esseri viventi in generale e in particolare degli esseri umani con loro stessi, con i loro simili e con gli altri viventi. Ed è in realtà a ben vedere forse l’aspetto di maggiore rilievo che abbiamo nello stare a contatto con il mondo e quindi di quella dicotomia interno-esterno che caratterizza la nostra esistenza. La partenza, una banale prova o muoversi nel traffico è molto di tutto questo.
Il traffico per esempio mi affascina, perché è secondo me un ottima metafora della condizione umana. Lo stile di guida è per esempio assolutamente personale, e varia a seconda dell’umore. Così come le vetture e delle storie che vi stanno dentro. Sostanzialmente quando si guida si è molto concentrati su dove dobbiamo andare, su quello che l’immediato e a me invece piace a volte in coda immaginarmi il mio vicino e sentirmi non l’unico in mezzo al traffico ma la parte di un sistema inevitabile e più grande di me che tanto, volente o nolente non posso evitare, ma che al limite mi posso cercare di vivere al meglio. E allora eccomi come un cretino a cantare a squarciagola da solo in macchina. Infine mi affascina il sistema di segni e convenzioni, rispettate o meno che comporta la strada… Perché molta gente mentre guida si rivolge alla macchina davanti come se ci potesse sentire? A mio avviso perché cade nell’inganno della comunicazione, di una serie di simboli e aspettative che poi vengono tradotte verbalmente in un “vaffanculo!”.
L’altra volta ero in stazione e aspettando il treno osservavo la miriade che già a me appariva sterminata di esseri viventi intorno a me. Erano come me e in quel momento condividevamo lo stesso luogo, eppure in un momento di astrazione io osservavo quello che mi stava intorno e loro osservavano loro stessi, i propri impegni e la loro esistenza. In realtà sono un grande curioso, mi piace stare con le persone, ricordarne le parole e ascoltarne le storie, le problematiche. Non c’è niente da fare, ma mi affascina il mio simile con il quale cerco inevitabilmente il contatto. Sono curioso di quel che han da dirmi di provare a veder qualcosa che non avrei visto altrove. Sono curioso delle nostre tane, delle nostre case, potrei stare ore a guardarle e a fantasticare su un posacenere, una statuetta o semplicemente delle finestre. Complessivamente mi sento un uomo fortunato perché l’umanità che ho incontrato mi si è concessa con una facilità sorprendente. E per questo mi sento una persona ricca. Quando scrivo, cerco solo di restituire una parte minima di quelle cose che gli altri mi hanno consegnato. Ho passato gli ultimi giorni a stare con persone molto diverse tra loro, ora a Milano, ora a Firenze. I bar, o un ristorante, i navigli di Milano la sera, piuttosto che San Domenico. E quando non una casa appunto. E la cosa che più mi piace è poter essere partecipe di questo gioco di scambi, di questa illimitata vastità, un perenne scorrere in cui il ricordo è ciò che ci rimane e in cui però non esiste altro presente che il soggettivo, dove però il soggetto è sempre in relazione all’altro. Il dentro e il fuori appunto. Ho avuto per altro la fortuna di poter frequentare in vita mia persone delle più disparate provenienze, delle idee politiche più varie. E l’idea che questa fortuna vada sfruttata al meglio e vada condivisa sta sostanzialmente facendo nascere la mia associazione, a cui mi sto dando anima e corpo di cui però vi parlerò in un'altra occasione per bene perché adesso son stanco e quindi vado a letto, anche se vi anticipo che l’idea di fondo è quella di organizzare eventi e iniziative ricreativo-culturali i cui proventi vadano a favore di associazioni terze.

Bah ve lo spiego bene un'altra volta. Ora son proprio stanco

Un bacio

G.J.B.

mercoledì 17 settembre 2008

17 settembre 2008 - dai treni

Mi è difficile spiegare la dimensione in cui mi trovo a vivere e in un certo senso a ri-vivere. Anzitutto non posso non pensare che in fondo io a quest'ora dovrei, potrei, ma non vorrei, essere morto. Non fosse per quel cortisone che quasi un anno fa mi han fatto in fretta e furia, potevo salutar la curva e diciamo che c'era un Giulio in meno a questo mondo. E invece no...eccomi ancora qua per fortuna mia, (vostra fate voi)... ed eccomi che mi trovo a dover la vita a un insieme di elementi, di possibilità, di casi di cui poi il mio donatore di midollo, un cipriota di cui non saprò mai l'identità, è solo a ben vedere la punta dell'iceberg. Sono a tutti gli effetti un sopravvisuto, e questa condizione per quanto comune, comunque mi dà una peculiarità alla quale non posso non pensare. Come inutile sarebbe parlare adesso della mia esperienza ospedaliera. No, mi interessa parlare di ora. Di ora che mi sento un risultato (prodotto) perfetto della società contemporanea. Un giusto mix di individualismo, libertà, egoismo e vanità, pietismo e solidarietà, con l'aggiunta fondamentale della precarità, della sfida e della flessibilità. Una roba da impazzirci a guardar bene ma nella quale in fondo io non me la passo malaccio. Il fatto è che questi sono molto più sfumati di quanto li chiami il loro nome e accennano l'uno all'altro, a volte contrastando, a volte irridendo. Si potrebbe iniziare da uno qualunque di questi elementi apparentemente anche contrastanti per arrivare agli altri. Vedete per esempio il senso di precarità... ora voi capirete facilmente che le analisi continue a cui mi sottopongo non sono così per sfizio, ma ognuna richiama un rischio, una possibilità che qualcosa vada storta. E non esiste in medicina il numero a cui appoggiarsi, un caso su un milione potresti essere tu... non sai mai in realtà come vanno né come ti vanno le cose. In linea di massima è molto difficile stabilire come uno "sta" realmente. Al limite si può rispondere alla domanda di come uno si sente. E poi in che misura umore e sesazione fisica si mescolano? Comunque il fatto è che è manifesto come la mia (come la vostra) sia una condizione alquanto precaria dove però il rinnovo non è sul contratto, ma su quanto o su come vivrai. E da questo nasce un disperato bisogno di flessibilità in una dimensione dove non scegli la situazione ma puoi scegliere come comportarti a seconda della situazione e dove quest'ultima è in evidente e percepibile continuo mutamento. Per la farla breve non ci si annoia. Sennonché poi ti rendi conto come in realtà hai vissuto quasi tutta la vita in questo modo senza mai prenderne coscientemente atto. Il tuo girovagare, il tuo modo di conoscere la città o di "viaggiarla" come tu lo definisci, altro non è che un segno della tua insoddisfazione, della continua ricerca di qualcosa di nuovo e dell'incapacità o della non-volontà di mettere radici. E qualcuno la chiamerebbe libertà, o paura per i legami. Una volta a proposito di una ragazza con cui stavo ricordo questo scambio di battute con un amico: "è uno spirito libero" e lui "è una bella cosa"... ci riflettei un attimo: "sì, nel momento in cui la libertà non ti impedisce poi di costruire qualcosa". Senza rendermi conto che in realtà pure io ero in parte come lei. Potevo essere una persona più impostata, meno distruttiva, e autodistruttiva,ma l'approccio, quel bisogno di poter scappare e di avere il culo in partenza, che adesso mi sembra quasi palese, era in fondo lo stesso mio. A differenza che io non mi sentivo legato dall'affezionarmi alle persone. Eppure...eppure questo sottende profondamente all'individualismo e a un bisogno di distacco, che si trova tanto nel proprio rifugio, quanto nell'inviolabilità di esso. Ed il rifugio può, ma non necessariamente corrisponde a un luogo fisico. Esso è sostanzialmente in primis la tua scrittura, la tua testa. E solo in secundis appartiene a quel mondo che ti porti sulle spalle, in uno zaino o che si trova tra le mura di casa. Dove però ancora non è chiaro cosa sia la casa. E in tutto questo a volte prevale sostanzialmente la voglia profonda di sparire. Di non avere né suscitare ricordo, né speranza, né rimpianto. In un presente senza dolore e asservito a quell'istanza solitaria e di solitudine che in fondo spesso ti avvolge. E allora perché non farsene coperta, lasciare stare e mandare tutto al diavolo. Qualcuno ti guarda e in realtà non ti vede, il non scritto, il non letto, il non detto. La solitudine e il suo superamento.

martedì 9 settembre 2008

9 settembre - dal treno III

Eccoti in viaggio il treno che parte. Il treno che ti lascia alle spalle il treno che ti affronta e di sdradica. Un treno vale un altro e mentre parti lasci tutto interrogativo in caso, caos continuo e quindi ordinato. E te ne stacchi non fai più parte delle forze centrifughe e centripete che invece paiono assorbirti ogni giorno. Come un ladro ti divincoli tra i legacci, tra i legami colto sul fatto dalla duplice natura umana incapace di indipendenza e terrorizzata dal vincolo. E per non farti peso, per non sentirti terrorizzato e terrorizzante tu stesso allora fuggi, chiami la maschera definita a esorcizzare la paura. Paura ora tua per te stesso, ora tua per l'altro, ora dell'altro per te. Che in fondo è sempre la stessa.
In nome poi di una libertà, della libertà semplice e quindi assoluta di dire no. Con il rischio di dimenticare o ignorare in fondo quel che avrebbe significato, la scelta opposta, un sì faticoso. Un gran casino se non la si vede da un ottica leggermente distaccata, la stessa che ci permette di farne ironia e di recitare una frase storica da dopocena. Ma non si può far finta di niente e voltare la testa in fondo. No, non si fa, non è nelle nostre corde, nelle nostre scelte. Eppure, eppure viversi il momento sottende a una preposta non responasabilità e un non rapporto condiviso e accettato. E un rapporto così corrisponde alla libertà sottendendo in parte al non impegno, alla via di fuga. O semplicemente al pericolo di annoiarsi. Difficile però vivere o viversi diversamente se in fondo ti accorgi che in buona parte anche tu sei fatto così. E ti rimane addosso quella sensazione di malinconia, quella della ricerca in cui ti capisci perfettamente preso continuamente tra rinuncia e rilancio, tra legaccio e libertà. E dunque segui, con occhio vigile, pronto ma non distaccato lo svolgersi degli eventi. Ti adagi in balia di una tempesta che in fondo hai capito non puoi controllare e dunque non rimane che dichiararti: ora reduce, ora naufrago e accettare che per non strappare le vele è meglio ammainarle. Ma la bandiera mai, quella ben alta sul pennone che sia in fondo chiaro che tu in questo trascorre di giorni, in questa burrasca traballante sei un partigiano. Eletto tuo malgrado capitano d'un guscio di noce che puoi solo sperare che non ti tradisca. E allora il tuo corpo si fa uno scafo e cosa i corpi altrui, gli scafi altrui? Fides, fiducia e confidenza, preso perso tra un salvagente, un flutto, un flusso. E la certezza che per stare con il vento non lo puoi acchiappare ma al massimo puoi cercare di spiegare le vele, tirar fuori le ali e sperare di non essere un pollo. Quando poi non sei vento tu stesso o magari il vento soffia contro. Sei preso in fondo tra il selvatico e il domestico. Dove il domestico è la casa e il selvatico la selva nella sua naturale selvaggia complessità dova nessun albero è ugale all'altro e allora a cercarne di alberi diversi e di piante curative. Il bosco con i suoi abitanti le sue creature. Driadi e spine e in fondo al bosco forse il drago. E dietro il drago? La principessa? E la principessa trasformata in ghisa dall'incantesimo della strega crudele. Dove la ghisa è un materiale fragile e duro e al tuo bacio ti chiedi se si trasformi in carne. In fondo hai affrontato il drago. E la baci e soffia il vento e le labbra si fan petali e volano via. La metamorfosi è avvenuta ma mai come ti aspettavi e ancora una volta insegui il vento e corri e batti le braccia e scuoti le ali e fatti rondine allora. E sparisci per l'inverno e mangia l'insetto. E il tuo grido, il tuo stridere in cielo assomiglia in fondo a quello del treno sulle rotaie. Il treno frena, mentre sto arrivando a Bologna. Mi chiedo il nido di rondine sotto le grondaie e le tre ragazze francesi ancora là, non ci vuole molto per capirne la vacanza che traspare dai gesti. E i gesti rimandano a occhi a simboli, e pensi alle tue canzoni. E cavalchi il tempo senza l'orolgio alla ricerca del come senza il quando e il dove. Tralasciando in fondo che sei solo in treno nel vagone ristorante a guardare rapito tre ragazze che parlano francese. A osservarne le convenzioni e ascoltarne il diverso parlato. O semplicemente incuriosito tanto per passare il tempo, un modo come un altro per farti i cazzi tuoi, in cui osservare diventa un sistema di astrazione e di riflessione sull'insieme dei tuoi pensieri che in fondo ti circorda e si fa tuo bagaglio. Quel che porti con te, il cellulare, gli spiccioli sul tavolo. Quel che hai sparso davanti e nella testa quel che dà senso al tuo pur breve momento di viaggio.


G.J.B.

P.S. che ancora non ha riletto quel che ha scritto...

venerdì 5 settembre 2008

5 settembre - da San Domenico

Sono stato fino ad ora a guidare la macchina per la città. Notturno passando presente ma non visto tra motorini, automobili, in un traffico cittadino ed ogni macchina un guidatore e quante storie e quanti guidatori. Che parlano il linguaggio non scritto d'un unica strada e si trovano per un attimo a condivivere un incrocio, una via una corsia. Interagendo pur senza conoscersi. E lo strumento di quell'attimo allora è un freccia, un pedale e il finestrino accanto che chissà cosa ti dice, chissà chi guida. Ed eccomi finalmente adesso come in una spettacolo. L'atmosfera notturna di San Domenico mi fa compagnia, a un tavolo di un bar. Whiskey e un sigarino. Due boccate di fumo e all'interno del bar che parlano dell'abbigliamento di una ragazza. Il cameriere ascolta poco interessato e aspetta chiusura nella sua camicia bianca e nei suoi pantoloni neri. E tu? E tu sei andato a osservare la città, a distrarti gli occhi dagli altri occhi. Mentre guidi ti fai accompagnare dai tuoi pensieri. Ora invece la coppia alle tue spalle si alza e va via, scorrendoti accanto. E adesso cerchi di far due conti come a guardare le strade dall'alto, quando tutto torna o sembra esser dato. Quando ammiri quel disordine consueto facendo finta per un momento come di non farne parte. L'atrazione delle luci, delle macchine dei colori e... e tutto assume l'altra dimensione come quando sei dilaniato e il dubbio si propaga tra la tua idea e ha la forma d'un calice di vino rosso, d'un altro bar e d'un futuro di cui ti senti reduce. E allora cerchi di difendere la tua solitudine, il tuo saper star solo con dignità e il tuo coccolare te stesso. Ma sai che in realtà questa è solo la risposta interlocutoria a un desiderio altrettanto ampio che chiama altri occhi, altre labbra. E dunque ti chiedi, la domanda si fa varco nella tue mente e la tiene sveglia, ricettiva. E capisci come solo la tua capacità di essere flessibile in fondo ti salvi. E poi sai in realtà come a azione corrisponda un azione uguale e contraria e allora? E allora eccoti appunto al tavolino del bar, stai bene in fondo e sei apposto con te stesso. Il cameriere s'è acceso un altra sigaretta e alla fine ti fa simpatia. Non importa... anche tu ci sei.

G.J.B.

martedì 2 settembre 2008

2 settembre - quel che bolle in pentola

SCOOP - L'associazione sta per avere uno Statuto e finalmente sarà depositata da un notaio. il nome è "OperativaMente". Giusto per mettere in chiaro le cose fin da subito. Spero vi piaccia e che le adesioni siano quelle giuste. Dai che si parte!

Oggi parlo di me, che è da un po'che non vado sul personale.
Cos'è tornare alla normalità, o a un barlume di questa? Premetto che le analisi ultime stanno andando bene e che quindi si spera che la strada giusta si stia pian piano imboccando... se ci penso o ci ripenso ancora non mi sembra del tutto vero, quasi che non ci credessi neanch'io. E quindi mi godo un presente strano fatto di paure e enormi soddisfazioni. Sto imparando a far da mangiare e mi preparo un certo numero di piatti con l'accuratezza e il gusto di chi sta imparando a coccolarsi un po'. Altro che mangiare da single ehehe... Oggi sono andato con una bistecca al forno cotta con cipolle e vino rosso, non è venuta male forse qualche minuto in meno però... E poi settembre è una stagione splendida dalle finestre aperte e le poltrone comode. Mi godo i miei amici, averli vicino! Mi godo ora la bellezza delle colline toscane ora il passo semplice per un marciapiede di Firenze. Un marcepiede però noto, che sa in fondo di casa. Qualche fumata, il gusto acre del caffé, le mie giornate pullulano di queste cose. E non sapete cosa vuol dire potersi godere l'altrui sorriso dopo mesi. E ancora la paura degli altri in parte rimane, ma è ridotta. La vita della strada, e la fatica dello spingere un motorino fermo da troppo tempo fino al meccanico. Che bel sudore, quello che ti imperla la fronte. Hai usato i muscoli, i tuoi... è una conquista, una splendida conquista. Riconoscere le proprie mani, poterle passare tra i capelli che son ricresciuti. E intanto cerchi di scegliere, di essere chiaro, di non perdere tempo. Ti contraddistingue il disinteresse completo per le sovrastrutture normalmente accettate. E cerchi il tuo e l'atrui rispetto, la tua e l'altrui dignità con l'idea che in fondo ognuno è un uomo nudo. E allora di che vergognarsi?
Alla fine ti rendi conto, sei abbastanza soddisfatto di te stesso, hai voglia di vedere ancora altre persone, e quando finalmente prendi un giorno per te per stare a casa, l'istinto è quello di riniziare a rimettere a posto rinnovando tutto. Decidi dunque e inizi l'attacco alla tua libreria.

a presto

G.J.B.

P.S. si informano i gentili lettori che il progetto di associazione sta andando avanti e che si spera tra un po'di poter fare una grande cena i cui proventi vadano a costituire il fondo sociale. L'attesa è dovuta alla redazione finale dello statuto di cui sto cercando di occuparmi (doveva essere già stato fatto ma sai com'è quando il gatto non c'è....). Poi voglio stare abbastanza bene da venirci in moto e da potervi dare un bacio senza troppi problemi... Per il momento sappiate che come si dice "stiamo lavorando per voi". Per altro l'idea è quella anche di creare un fondo sociale fatto di libri che strabordano dagli scaffali di molte persone che conosco oltre che dai miei. Sono pieno di doppioni, di libri a prender polvere che invece dovrebbero poter vivere negli occhi di qualcun'altro e dunque tra poco spero possa iniziare la raccolta per chi vorrà contribuire (se intanto volete farmi sapere la disponibilità). L'idea è che poi tutti i quei libri vadano a diventare appunto patrimonio dell'associazione e che vengano usati come biblioteca per motivi solidali: comunità di recupero, cooperative sociali, associazioni ecc... Fatemi sapere che ne pensate... Come vedete non si cazzeggia. E tra poco non cazzeggerete neanche voi perché ci sarà da iniziare a catalogare e inventariare. Oh vediamo se davvero si vuol fare qual cosa o se sono solo io... guarda son proprio curioso! Forza aspetto le adesioni