martedì 26 agosto 2008

26 agosto - della parola parte II

Ed eccomi di nuovo qua tratta Firenze-Milano in una giornata di fine estate. Ma stavolta della parola mi interessa ancora parlare. Poiché il rischio e la paura di esser sibilino fino a diventar incomprensibile mi chiede di spiegar meglio. La parola è forse allora un varco che si apre, essa assume l'aspetto della speranza, dell'idea, del sé comunicato ed è base principe del rapporto umano. Essa è tanto impalpabile quanto tuttavia esistente ed è quanto più si avvicina forse alla magia (assieme in parte alla musica) perché a determinati suoni corrisponde un significato ovvero un oggetto evocato. Poche cose spaventano come la parola... la libertà di parola e così via. Essa dunque ha per altro in linea di massima due valenze, una particolare e generale, una universale e una singolare. Poiché in realtà la forza evocativa della parola è dettata solamente da un fattore esperienziale soggettivo che però viene riconosciuto come patrimonio comune e quindi comunicato. Ed è qui che la parola trova il suo trionfo e il suo stesso limite. La parola inoltre evoca eppure esiste di per sé, in quanto suono (onda sonora) o in quanto grafoma ha una sua dignità essenziale che la porta a disvelare mondi e mette in relazione emittente e ricevente. Il gioco poi che si crea tra due persone quando parlano è a ben guardarlo assolutamente affascinante, specie se tra esse c'è una qualche forma di complicità. Nel gioco a due, il linguaggio (che altro non è che espressione di sé e quindi assume una carica vitale di primaria importanza) è composito. In linea di massima il discorso si svolgerà dialetticamente e quindi attraverso una concatanezione logica di suoni che portino con sé idee, forme e concetti. A questo si accompagna il linguaggio corporeo e gestuale, quello spesso inavvertito degli odori, e infine l'intonazione ovvero il modo in cui si pronunciano le parole. Tutto questo ci appare come assolutamente spontaneo e immediato. Ma a ben riflettere l'incomunicabilità passa spesso attraverso una discrepanza tra significato e significante. Dove il significato è l'universale e il significante il singolare. E questo altro non è che usare una parola in modo consapevole- La comunicazione tra due soggetti passa se entrambi trovano un terreno comune, empatico, sul quale portare le loro parole e più in generale l'intera struttura comunicativa, da cui ne discende che se anche io non vedrò mai attraverso i tuoi occhi, posso almeno avvicinarmi a farlo. Più queste condizioni sono esaudite allora più la magia della discussione affrontata sarà forte nel suo valore evocativo e comunicativo. In realtà poi alle normali forme di comunicazione dobbiamo aggiungere una serie di strutture e sovrastrutture imposte e-o composte dalla società nella quale i due soggetti si muovono. E allora la comunicazione si compone sulle forme dell'inespresso, del non-detto. Allora là ci si addentra ancora di più sull'opinabilità e nel campo dell'impressione. E se in una discussione ci si può avvalere degli altri sistemi comunicativi, il bacio, il gesto, lo sguardo, questo è più difficile, ma assolutamente non impossibile, nella parola scritta. E poi in fondo non è fondamentale ricercare la comunicazione perfetta quanto piuttosto il passaggio di un sistema di idee. Solo allora ci si potrà accontentare ed essere soddisfatti del nostro iter. Ovvio poi che in tutto questo ogni singola parola assume una valenza, una forza e una pesantezza assolutamente particolare e differente tra linguaggio scritto e linguaggio parlato. Si potrebbe poi interessarci dei sistemi di traduzione e della capacità di dialogo indipendente. Inoltre potremmo aggiungere che in fondo il nostro personale sistema di significanti è di per sé non solo imperfetto, ma anche assolutamente portato al completamento nel sistema di significanti dell'altro. E da qui forse anche il fascino per ciò che non conosciamo, per ciò che è estraneo e quindi straniero. Dove comunque ovviamente vi sia la volontà di proseguire in una direzione di questo tipo. Tutto questo è la spiegazione di quanto volevo dire nello scorso post e credo si noti una certa differenza...magia delle parole.



di nuovo dal treno

il vostro gjb

P.S. Il sottoscritto per altro domani di sottoporrà a una dolorosa biopsia osseo-midollare e non ne ha affatto voglia... vabeh poi cosa fatta capo ha e si torna a Firenze e speriamo che i risultati sian buoni almeno

domenica 24 agosto 2008

24 agosto - dalla parola

E dunque ecco la parola a cercar di varcare il dubbio e a chieder certezza. Come in una città ancora spopolata quando ti muovi tra le vie e le finestre chiuse, aperte solo agli interrogativi: lo sguardo è al panorama o all'altezza che ti separa dal suolo?
Le gambe ancora incerte a andar da sole cercano il viso noto tuo, o riflesso o ricordo.
E dunque ancora malgrado tutto rimane il fascino, l'oscuro assurdo del non detto, della notte letta tra le righe, nel gesto non svolto. La parola allora si fa consapevole ed è bilanciata in quanto tale dai tuoi confini, dal suo limite. Il verbo che lega eppure si frange di fronte all'evidenza del fatto e si spinge si sporge a voler varcare il dubbio. Dove esso è appunto la difficoltà e la linearità astrusa del rapporto umano nelle sue infinite possibilità e sovrastrutture, e nell' infinità del caso: della realtà che facilmente supera la fantasia. Eppure si cerca di indovinare come in un tiro di dadi. E se è vero che il risultato più probabile della somma di due dadi è sempre sette, allora è anche vero che il tiro si cela e la cifra assume il fascino del nuovo giorno.
Così l'uomo gioca a dadi in una scommessa continua, in un azzardo a sé stesso che in fondo lo completa e lo costringe alla dinamicità. E mentre il dado rulla si sta intanto allora a chiedersi quale sia la posta in gioco, in un gioco di sguardi, di errori, di orrori e di parole non dette, rilanci non fatti. L'avversità al rischio si fa segno palpabile della tua voglia di vivere, là dove il rischio implica il mettersi in gioco appunto, lo svelare e l'andare a vedere. Fin quando poi il gusto di giocare non supera la posta che poi si fa effettivamente fin troppo variabile e di valore soggettivo. Così la parola assume significato diverso di bocca in bocca, di labbro in labbro di riga in riga pur disfacendosi e ricomponendosi in un pensiero continuo. Ma quando la sensibilità, tra due, assume disparità di valore allora si apre un nuovo dramma e il discorso si fa fantasma, la lettera tentenna facendosi pencolante: quasi a elemosinare un bastone di sicurezza, un terreno comune a cui aggrapparsi. Vecchia cieca che brancola la parola però forse ha importanza in sé stessa ed è esistita in quanto evocata per quanto soggettivamente. Accade dunque che essa si faccia magia e arma e si esercita allora la forma più basilare di telepatia attraverso la scrittura quando comunque essa genera l'idea e dall'idea l'oggetto, il fatto. Magia e arma, benda e lama. E per quanto il gesto possa non essere necessariemente consequenziale allora prende corpo la consapevolezza del limite quella che a ognuno di noi richiede di vivere il suo silenzio sia esso più o meno pressante. E quel silenzio sottende sì alla solitudine come la parola all'uscir di casa a muovere il primo, il secondo, il terzo passo, fin dove hai voglia fin dove è possibile fin dove ci s'abbadona ad altro per fortuna e la falcata stentata a volte, sicura a volte si fa pur sempre gesto vera quanto può essere vero tutto il resto, e tanto esistente quanto resistente.
scritto in un bel bar davanti a un'ottima torta
il vostro goloso
gjb

sabato 23 agosto 2008

23 agosto - il piacere della puntualità (o quasi)

E allora alla relazione si accompagna il caffè, l'ora non dormita ma non di meno vissuta e l'ora dormita male per quel che hai vissuto, per quel che han vissuto. E a mattina si accompagna il vestito, ora troppo grande, ora non è più il tuo, o è il tuo in modo diverso. Mentre noti di come stenti a riempirlo noti anche il piacere di sceglierlo, della possibilità di scelta che si apre in un banale armadio. Quella possibilità che geloso hai cercato di tenerti anche altrove, quando l'identificazione tra oggetto e soggetto si è fatta inevitabilmente meno chiara. E allora l'abito, che in fondo si fa più o meno banale perché è l'evidente involucro di un uomo nudo, la veste sottende al corpo e il corpo alla mente. O viceversa? Hai le cicatrici sul petto, le vedi solo tu ma lo sai e hai le cicatrici nella mente, non le vedi solo tu, ma le sai. Cicatrici appunto che in fondo iniziano a parlare al passato e fan sì che speri che rimangan tali. Che altra pelle vedano e a altra pelle s'accostino, che altri pensieri vedano e in altri occhi si perdano. Così dunque te ne vai ricercando, ricreando, le gambe smagrite e l'idea viva di voler riprendere, di volersi riprendere. Ti accorgi allora di come un ricordo allieti il presente e possa esser terreno fertile per un altro futuro, per una birra, per qualcosa che tanto non controlliamo. E di questo ormai ti sei convinto, l'hai capito forse di lasciar andar le cose e come in un continuo ciclo biologico così sta la tua mente. Si sa della fertilità di quel che è bruciato e di come il verde si stagli sul grigio cenere. Dunque un braccio, un muscolo, si fa questione di pazienza e intanto ti godi quel tuo corpo, quel tuo essere, che ti si svela finalmente sì segnato ma non invaso. E pervade allora l'attività quotidiana, la camminata semplice, un bicchiere di vino e la ricerca del bordo del bicchiere. La scelta dunque si presenta e si ripresenta nella sua inquietante, magnifica forza. L'impegno si rifà tale e così l'appuntamento al quale tendi incredibilmente a una puntualità. Perché adesso è tuo piacere farlo. E così il resto.

.G.J.B.

ps. in tutto questo son pure sbarcato su FaceBook... maledetti programmatori con le loro droghe, come se un blog non bastasse.

domenica 17 agosto 2008

17 agosto - dal treno

Ed eccomi qua insieme a chissà quanti altri passeggeri in una carrozza del treno delle 17.14 per Milano. Il paesaggio se ne scorre veloce dal finestrino alla mia destra e fuori il cielo terso. Penso a tutti quei treni presi quest'inverno da chi mi è venuto a trovare. Il treno d'altronde si sa, è sempre un momento di ripensamento. E allora ecco così che inizia il mio viaggio breve. Forse non ho aspettato casualmente questo giorno per scrivere. La scrittura prevede un certo senso di distacco d'altronde, un momento di pace che sottenda a una benché minima sorta di riflessione. Allora eccomi finalmente qua, finalmente su un treno per la prima volta da più di un anno direi e la salute me lo consente. Soddisfazione mica da poco un po' come quella di chi in questi giorni si è preso qualche giorno di riposo. Aveva pensato, avrebbe quasi giurato di un malessere, di una disperazione che tendeva alla depressione. Ma appunto una volta venuta meno la pressione ecco che si fa largo un alzare la testa verso un orizzonte che era fino ad allora se ne restava là ad aspettarti, ma nascosto dalle circostanze. Una faccenda mica da poco starsene schiacciati come in una stanza ottagonale dalle otto porte chiuse e di nessuna porta la chiave. E così te ne stai là passando, rimbalzando da una parte all'altra senza tuttavia possibilità alcuna e allora poco serve alla mosca cambiar di finestra, mutar vista se è un continuo schiantarsi su un vetro, su una finestra serrata. E allora il tempo, perché a forza di testate ci si rompe la testa, la pazienza ma di pazienza non ne hai, di scampo non ne vedi affatto forse hai cambiato visuale, magra consolazione all'ennesima botta sul vetro. Quando d'improvviso ti chiedi se è stata quella definitiva e te ne stai tramortito abbracciandoti a te stesso, tenendoti le braccia quasi a volerti proteggere. Ma qualcuno davvero potrebbe magari forse mostrarti una strada senza stelle, uno spiraglio alla finestra, un riposo inquieto come i maiali nel fango. E quella testa che duole e la notte l'occhio ancora sbatte e la palpebra pure e non riposa. E allora eccola la reazione, la fuga forse l'attesa ricompensata o forse il naturale svolgersi del filo che con il suo andare incontrollato e incontrollabile semplicemente muta la trama. La finestra non è più tale e si schiude forse a un fiore e la tua mente da mosca si fa ape. A impollinare altri fiori a cercare altri giorni che si svelino in ciò che ora ti appare un prato. Le ali a sbattere quasi vorticose e i colori a percorrerlo, in una cornice che sai presto si farà falsa ma magari ti porta di nuovo alla guida della tua macchina. Fedele la mano, il gesto si dipana per l'albero motore e accompagna la ruota mentre una curva scorre via. D'improvviso è un altro fiore, un altro prato, magari un orto e un'alba che si scambia col tramonto, un giorno a una notte. Cerchi il riposo quasi lo trovi ricorrendo un pur vago futuro che eccolo dunque dal finestrino ti passa il vento sul viso, sul muso e la musica risuona nell'abitacolo. Stai guidando e sei felice per il solo fatto di farlo, per il panorama che ti si svela e per i vecchi che vedi a parlottare fedeli alla panchina del paese di turno che correndo o forse scorrendo semplicemente attraversi. Sei felice e ti piacciono le note che ascolti che si accompagnano bene a un paesaggio a quei monti su cui ti arrampichi. Ti han quasi visto nascere, ti han quasi visto morire. E intanto l'estate si disvela quasi dolce nel suo fluire nel suo schiudersi come la frizione schiacciata dal tuo piede la marcia a scendere, la curva affrontata. Un'accelerazione e la macchina che riprende grip, sei fuori. Il tuo compagno di viaggio si è fatta la tua voce, quelle promesse o quei ricordi cantati che son le canzoni. Cieli e nuvole si confondono fino all'arrivo nel borgo natio, quello che ti ha visto andare in bicicletta sorretto da tuo padre quando eri bambino. Ne hai ancora la sensazione addosso, instabilità, lo sterrato con i suoi sassi davanti e sotto di te e l'ammonimento forte delle parole che ti giungon da dietro: “pedala va' dritto e non ti fermare”. Hai ancora la sensazione addosso, le ruote piccole bianche della biciclettina rosso scuro ma soprattutto quel manubrio che non vuole saperne di starsene dritto e una mano da dietro a reggerti per un portapacchi a misura di bambino. Hai imparato a andare in bicicletta e non solo. Ricordi la fatica di pedalare qualche caduta, ma non quella volta, bensì quando una volta provasti a vedere cosa sarebbe successo a non frenare prima di entrare in curva. Ma quella era una gara e per altro le tue ruote avevan diametro minore rispetto a quelle dell'avversario, si trattava di dare il tutto per tutto e, niente da fare, andò male. Finì con un ginocchio sbucciato, uno dei tanti. Anche così hai imparato a andare in biciletta. E quindi eccoti qua ora, dopo un ora a Bologna, il treno si è fermato e ancora tanti giri devon compiere le ruote ferrate. Hai fermato la macchina, sei arrivato con il sorriso e la musica a tutto volume alla casa che fu l'infanzia e l'adolescenza di tua madre ti si apre davanti. Davanti all'uscio la tua nonna non fa eccezione dagli altri vecchi e anche lei a parlare con la vicina, e quelle due teste bianche sono la prova eclatante di come l'uomo sia una bestia sociale, come se due sedie una accanto all'altra ti confermassero che non è a colpi di solitudine che... ma non c'è peggior sordo di chi è sordo veramente, e il pensiero è già volato, la battuta scontata fatta, così non te ne puoi che stare ammirato di fronte a quei selciati a quelle pietre che tanto hanno vissuto, e la piazza intorno e una tua amica accanto che ha già proseguito la linea. Il cielo si è fatto cupo, le nuvole danno al grigio bluastro delle tempeste estive e sei proprio davanti all'entrata di quel castello medievale che domina dall'alto il borgo e l'intera vallata. Le parole si incastrano con il tabacco che di nuovo anche tu ti concedi. E si aprono ora al sorriso ora a quella forma istintiva di affetto che compone un paio d'ore andate tra un portico e la paura che piova. Il treno riparte tra due ore sarai a Milano, o così puoi prevedere nella probabilità incerta che circonda ciascuno. Sai però di come hai gustato il momento di preparare il té a mattina. Ti sei chinato nel suo vapore e ne hai semplicemente assaporato il profumo. Sulla confezione c'è scritto viene dal Giappone, che per te in fondo altro non è che una terra incanta, una terra anch'essa solo probabile. Il treno prosegue la sua corsa e si muove insieme a tutto il resto attorno. Un continuo impercettibile divenire di cui vuoi continuare e di cui continui a far parte. E in fondo adesso non importa il perché, al massimo il come.


dal treno il vostro

G.J.B.

martedì 12 agosto 2008

martedì 12 agosto - "suonare ti tocca"

"e se la gente lo sa, e la gente lo sa, che sai suonare, suonare ti tocca per tutta una vita e ti piace lasciarti ascoltare...". Oggi non mi piace lasciarmi ascoltare, se sto zitto ci sono purtroppo motivi anche se più legati all'umore che al fisico. Non crediate che sia facile scrivere, farlo ti costringe a stare in piedi davanti a te stesso, a volte a percorrere e ripercorrere sofferenza. No, non scrivo tanto volentieri. Se rompo il silenzio è solo perché ho la sensazione che questo blog non appartenga solo a me ma anche ai suoi lettori. E allora quando ci sono gli altri di mezzo è un'altra cosa, e si entra forse nel campo delle responsabilità. Sarò sincero, non fosse stato per questo, avrei ceduto volentieri alla tentazione di distruggere questo spazio. Certo dopo averne fatto qualche copia cartacea (monca per altro della parte fondamentale dei vostri commenti). Ma lasciarsi andare all'istinto distruttivo, alla voglia di egoismo che ognuno a un dato punto prova, non avrebbe fatto di me altro che un debole: una persona più banale. Un vigliacco, un fuggiasco che in nome di sé stesso si sottrae alla fiducia, alla responsabilità e alla fatica d'un legame. Questi scritti d'altronde son diventati uno strumento con una sua forza, con una sua potenza. E non puoi mai conoscere le conseguenze delle tue azioni nel bene e nel male. Ma a distruzione, esperienza insegna, non segue spesso gioia. E allora che fare? Cedere all'istinto? Continuare una parola sofferta? Avevo scelto la via di mezzo: il silenzio, tuttavia sapendo che non sarebbe stato sostenibile, che si sarebbe dovuto risolvere in parola (pars costruens) o nell'eliminazione del blog (pars destruens). D'altronde dietro all'autore c'è l'uomo sebbene forse preferirebbe essere un gatto. E dietro l'uomo, dietro l'aspirante gatto cosa si cela? Dietro l'uomo si gela: di solitudine di una pace mancata, di una pace che va conquistata. Come tutto il resto d'altronde. Non vi è tregua ma solo grande fatica e ogni tanto un tintinnio leggero del bicchiere a nasconderci gli occhi. A tuffarci in quattro risate a riscuotersi dal torpore, dalla brutta caduta per un bastone spezzato, per una fiducia mancata. E allora se allo scritto vogliamo credere, crediamoci pure, a questa comunanza sottile fatta di fili di parole. Purtroppo è vero, per adoprar bene la magia bisogna saperne gli inevitabili limiti. Guai altrimenti alla presunzione da apprendisti stregoni. E allora perché non lasciar spazio a un più facile silenzio? Ma forse appunto ogni scritto è un non-luogo che ognuno di noi si porta via. E allora il limite è stato forse superato?
Verrebbe poi da chiedersi se la parola debba farsi carico della sofferenza descrivendola e magari sollevandola oppure se essa debba soggiacere per non appesantire ulteriormente il cuore del lettore o dello scrittore. Ma appunto dietro allo scrittore c'è l'uomo con le sue difficoltà, con le sue crisi, con la sua voglia di una vacanza impossibile, che cederebbe volentieri alla tentazione, al pericolo, di una vacanza da sé stesso. Un guerriero incompiuto per il quale a volte è doloroso brandire la lama, scrivere mentre batte a macchina sui tasti davanti al computer: attività sincera e quindi sofferta. Ma se è questo che mi vien chiesto, questo sia. Purché non si dica che son vigliacco, che rifuggo. Però a questo punto vorrei chiedere le armi più lucenti per le mie magie e dunque vorrei una casa editrice possibilmente di distribuzione e caratura nazionale... a me, a voi la sfida...

il vostro

G.J.B.

martedì 5 agosto 2008

5 agosto - la cesura interiore

Non ci saranno commenti a questo post ma solo il silenzio. A ognuno il suo tacere. E al silenzio seguirà silenzio.

Giulio Bogani