Nascondersi, ora alla situazione ora a te stesso che in fondo è la stessa cosa. Nascondersi il capo, nascondere il viso e nascondere le parole e nascondersi nelle parole. Un gioco al massacro in cui tu e l'altro vi perdete o ancora un gioco al rimando o forse un gioco d'amore. Poi ti accorgi che nessuna delle tre esclude l'altra. Un gioco alla comprensione difficile, all'incomprensione voluta, per evitare di fare i conti con te, con l'altro te. Perché il gioco si svolge su due scacchiere quella presente, e quella delle mosse possibili. O forse non è nemmeno più tanto un gioco, e se lo è qual è il valore della posta? In fondo anche questo a te deciderlo. Si lascia sospeso lo schema, si cerca di applicare il proprio e se ne trova poi forse uno comune in cui tutto si capisce eppure, per aver la scusa, ogni cosa si può velare. E allora prendi l'alfiere in mano lasciandolo però sospesa in aria. Non si ripone il pezzo sulla casella, non si prosegue l'azione né si dà spazio al fatto. Ma si preferisce rimanere titubanti, avvolti nel caldo della propria insicurezza fingendo un gioco d'orgoglio che poco ha di buono. E ti chiedi se davvero l'altro, o l'altro te voglia star bene. Se davvero vi rendete conto di ciò che avete, di ciò che avete avuto. Ma la pedina è sospesa, il gioco è fermo e non vi sono altre potenzialità. Rischiando un gioco senza scacco matto dove sia impossibile riniziar la partita. Il cavallo, l'alfiere, i pedoni. Il re è protetto e per non restar soli mangiamo i pezzi altrui, che ci vorremmo stringere in geloso affetto e allora l'affare si complica. Come se ci fosse modo di stabilire cosa è bene per chi. E allora si sprecano gli appelli a non sprecarsi, a non sprecare. E' un gioco sottile che a guardarlo da distanza ha il dramma dell'umano e la logica stringente della paura. Dove questa mescola e si mescola e dove la sofferenza, il dramma si fa in realtà impalpabile e troppo relativo in quanto psicologica. Si sconfina si persegue e si perseguita su strade assurde all'occhio distaccato. Ma l'occhio ha bisogno di attaccarsi, in fondo di fuggire, di rifuggire da una distanza che può farsi pericolosa. E va di pari passo con l'affezione, capitolando in un mondo inopinato e inopinabile. Hai vissuto fin ora con altre lenti e le stesse pupille e quel che vedi ti è così lontano e a tutti fulgido, chiaro, lampante. Col braccio ti copri il muso quando tutto è abbagliato. Non ti resta che scappare, cercar scampo in una speranza, o piegarti a quell'affetto strano. Ma l'accettazione della realtà, ne sei convinto, è la miglior via di fuga e di vittoria: un seguire la corrente che come sempre sa di interrogativo e soprattutto mal si sposa con un mondo anoressico. Un dimensione che accomuna nel non piacersi, ma stando sempre a specchiare sé stessi. Un universo che si finge immortale e controllabile. E quella ricerca semplice della serenità, quella ricerca serena della semplicità la si rende allora impossibile affibbiandole uno scopo, uno tangibile e togliendone il valore intrinseco. Poco importa poi se in realtà quella diventa solo uno spettro di noi, delle nostre paranoie quotidiane e non. Un fuoco fatuo di paure non ammesse, del timore irrisolto del sé stesso o del sorriso indossato all'occorrenza. E più corri, più quello ti insegue meglio forse fermarsi, riprendere fiato ma non te la senti, hai paura: eccola la tua paura ultima che ti attanaglia e come ti aspettavi si è travestita. E come ti aspettavi l'hai trasformata, in qualcos'altro, in qualcun'altro. E corri. Ti chiedi cosa succederebbe se tu ci andassi incontro a quel fuoco fatuo cosa succederebbe a farti raggiungere? Ma tremi e non controlli che quel che in fondo si svelerebbe pure esser fin troppo leggero. Fin troppo freddo per bruciare, un fuoco fatuo appunto, che illumina e non scalda. Avresti bisogno di capire quel che fuggi e quel che ricerchi. Tenendo presente che se è vero che chi soffre ha diritto a riguardo, rispetto e compassione è anche vero che ai diritti si accompagnano i doveri. I più difficili tanto verso sé stesso e verso gli altri. Il primo: il dovere d'allegria.
strane storie stanotte... dal vostro
G.J.B.
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G.J.B.