mercoledì 30 luglio 2008

30 luglio - il dovere d'allegria

Nascondersi, ora alla situazione ora a te stesso che in fondo è la stessa cosa. Nascondersi il capo, nascondere il viso e nascondere le parole e nascondersi nelle parole. Un gioco al massacro in cui tu e l'altro vi perdete o ancora un gioco al rimando o forse un gioco d'amore. Poi ti accorgi che nessuna delle tre esclude l'altra. Un gioco alla comprensione difficile, all'incomprensione voluta, per evitare di fare i conti con te, con l'altro te. Perché il gioco si svolge su due scacchiere quella presente, e quella delle mosse possibili. O forse non è nemmeno più tanto un gioco, e se lo è qual è il valore della posta? In fondo anche questo a te deciderlo. Si lascia sospeso lo schema, si cerca di applicare il proprio e se ne trova poi forse uno comune in cui tutto si capisce eppure, per aver la scusa, ogni cosa si può velare. E allora prendi l'alfiere in mano lasciandolo però sospesa in aria. Non si ripone il pezzo sulla casella, non si prosegue l'azione né si dà spazio al fatto. Ma si preferisce rimanere titubanti, avvolti nel caldo della propria insicurezza fingendo un gioco d'orgoglio che poco ha di buono. E ti chiedi se davvero l'altro, o l'altro te voglia star bene. Se davvero vi rendete conto di ciò che avete, di ciò che avete avuto. Ma la pedina è sospesa, il gioco è fermo e non vi sono altre potenzialità. Rischiando un gioco senza scacco matto dove sia impossibile riniziar la partita. Il cavallo, l'alfiere, i pedoni. Il re è protetto e per non restar soli mangiamo i pezzi altrui, che ci vorremmo stringere in geloso affetto e allora l'affare si complica. Come se ci fosse modo di stabilire cosa è bene per chi. E allora si sprecano gli appelli a non sprecarsi, a non sprecare. E' un gioco sottile che a guardarlo da distanza ha il dramma dell'umano e la logica stringente della paura. Dove questa mescola e si mescola e dove la sofferenza, il dramma si fa in realtà impalpabile e troppo relativo in quanto psicologica. Si sconfina si persegue e si perseguita su strade assurde all'occhio distaccato. Ma l'occhio ha bisogno di attaccarsi, in fondo di fuggire, di rifuggire da una distanza che può farsi pericolosa. E va di pari passo con l'affezione, capitolando in un mondo inopinato e inopinabile. Hai vissuto fin ora con altre lenti e le stesse pupille e quel che vedi ti è così lontano e a tutti fulgido, chiaro, lampante. Col braccio ti copri il muso quando tutto è abbagliato. Non ti resta che scappare, cercar scampo in una speranza, o piegarti a quell'affetto strano. Ma l'accettazione della realtà, ne sei convinto, è la miglior via di fuga e di vittoria: un seguire la corrente che come sempre sa di interrogativo e soprattutto mal si sposa con un mondo anoressico. Un dimensione che accomuna nel non piacersi, ma stando sempre a specchiare sé stessi. Un universo che si finge immortale e controllabile. E quella ricerca semplice della serenità, quella ricerca serena della semplicità la si rende allora impossibile affibbiandole uno scopo, uno tangibile e togliendone il valore intrinseco. Poco importa poi se in realtà quella diventa solo uno spettro di noi, delle nostre paranoie quotidiane e non. Un fuoco fatuo di paure non ammesse, del timore irrisolto del sé stesso o del sorriso indossato all'occorrenza. E più corri, più quello ti insegue meglio forse fermarsi, riprendere fiato ma non te la senti, hai paura: eccola la tua paura ultima che ti attanaglia e come ti aspettavi si è travestita. E come ti aspettavi l'hai trasformata, in qualcos'altro, in qualcun'altro. E corri. Ti chiedi cosa succederebbe se tu ci andassi incontro a quel fuoco fatuo cosa succederebbe a farti raggiungere? Ma tremi e non controlli che quel che in fondo si svelerebbe pure esser fin troppo leggero. Fin troppo freddo per bruciare, un fuoco fatuo appunto, che illumina e non scalda. Avresti bisogno di capire quel che fuggi e quel che ricerchi. Tenendo presente che se è vero che chi soffre ha diritto a riguardo, rispetto e compassione è anche vero che ai diritti si accompagnano i doveri. I più difficili tanto verso sé stesso e verso gli altri. Il primo: il dovere d'allegria.

strane storie stanotte... dal vostro

G.J.B.


sabato 26 luglio 2008

26 luglio - silenzi e campanelli

Il silenzio, quello delle parole: rigore della mente, ti si fa compagno. E il rischio è la sua intrinseca tensione al vuoto, al senso di vuoto. A spingersi troppo in là, oltre al punto di equilibrio dove non ci sia abbastanza contrappeso interno. Ma quando chiedono allora è d'uopo rispondere nelle parole non dette come tra una parola e l'altra. Affidandosi a qualcosa che va più lontano di un semplice suono per andare a colpire chissà dove... e ti chiedi se sei tu che forse pretendi troppo, o che sei diventato presuntuoso nei confronti di qualcuno che non coglie quella che è una dimensione mutata e mutevole. Avanzando a tentoni nel dinamismo d'un enorme incotrollabile scorrere che forse ti resta ancora nuovo, ma ti pare l'unica soluzione possibile. O forse accetti solo un compromesso comodo come quello della realtà in cui ti pare di muoverti. Ascolti, chiedi, rispondi e sorridi. Lo sguardo si sofferma altrove, là dove ballano giovani e vecchi, e chi in coppia e chi da solo: intuisci appena la grandezza della scena che ti si para davanti. Accanto insiste la voce che presuntuosamente ti appare inutile. Insiste. Non sei interessato a parlare: parla parla la voce accanto parla e non dice, non capisce. Ma consiglia alla fine in una banale e quindi necessariamente vera chiosa: "l'importante è tenere duro, è avere carattere"... Non lo guardi nemmeno, non l'hai mai visto prima, ma hai concluso che non hai voglia di quel tipo di consolazione, ti volti e rispondi seccamente "quello non mi manca". Ecco la presunzione ultima, l'ultima alienazione. Con quella frase hai sancito una distanza che ti dilania dall'altro, dagli altri. E l'hai fatto ancora una volta scientemente. Ti chiedi se il tuo interlocutore si renda conto, e capisci di no. Non hai niente contro di lui ma ne avverti la distanza e sai che non ne puoi fare a meno. Poi d'improvviso la sua faccia si fa quella del tuo passato. Sai che devi accettare in qualche modo anche questa cesura palese. Lo sai fare solo in silenzio. Rigore della mente? Nel vuoto ti guardi intorno, capisci la solitudine di quel momento e cerchi appiglio. In fondo però non stai male, non ti ricordi nemmeno se hai risposto, sai che la conversazione nasce e finisce tronca. E allora di rimando torni all'incanto del ballo altrui. Più interessante, e immediato. L'appiglio che cercavi lo trovi nella semplicità dei corpi a muoversi, dei sorrisi ad affiorare. Sei di nuovo in piedi, l'altro se n'è andato e hai mantenuto una freddezza e una compostezza che forse sanno pure di altezzoso. Le stai mantenendo ancora, pure con te stesso. Ti chiedi se questa forma di spocchia sia lo spettro di un' incomunicabilità (voluta?). Ti chiedi altrettanto se tutto questo faccia parte di te, perché non ci sei abiutato... e sai che la domanda può essere importante perché quest'atteggiamento è rivolto prima di tutto nei tuoi confronti: probabilmente ti ci dovrai abituare. Ma un po' ti stupisci di quel che sei. Senza ragionare in termini di migliore o peggiore. Avverti solo una maggiore consapevolezza che non ha caratteri qualitativi. Ma era più leggero prima, meno intenso forse, meno chiaro magari. Adesso invece grava il peso dell'incertezza e della necessarietà della scelta. La tua volontà a non perder tempo è un riferimento a quel "carpe diem" che sottende a un più cupo "estote parati". Più pesante così il bel fardello d'una vita che ora sai per certo di voler vivere. Quel che vuol dire il perpetuarsi continuo d'un istinto svelato. E allora porti un braccialetto con i campanellini attaccati. Suonano lievi al tuo movimento: per vanitoseria pensi che sian carini, per ridere dici che tengon lontani gli spiriti maligni. Ma ti ricordano anche quanto sei vivo: ti fa da appunto, da contrappunto il piccolo suono nel suo propagarsi dal polso, nel suo raggiunge i timpani e essere rielaborato dal cervello. Il tintinnio dunque è testimonianza della tua esistenza, del tuo vivere e se vuoi, della tua scelta. Ti salva quel suono come prodotto del tuo corpo, e rielaborazione del cervello. Sospeso, trovi riparo nella certezza che per un attimo i campanelli abbiano riempito un silenzio, scacciando il rischio dell' eccesso di vuoto. Ma resta l'interrogativo pungente se istinto o controllo t'abbian portato a muover la mano...

G.J.B.


mercoledì 23 luglio 2008

24 luglio - guerrieri

Un guerriero dal volto segnato, un uomo dal volto sperduto. E i ricordi a farti compagnia. Si vive così in una dimensione particolare fatta di un controllo continuo di ogni azione tua e altrui. Sei conscio dei rischi che temi e rispetti. E allora passi per la via tra la gente calcolandone gli spazi, calcandone il passo. D'improvviso ti fermi, ora quasi corri. Sei salvo mentre di nuovo ti regoli per non avere nessuno vicino. E a chi ti conosce consegni un bacio a distanza, un abbraccio mozzato. Così te ne vai a spasso, per strade tanto attese. Ti muovi finalmente nel tuo corpo, con il tuo corpo. Lo riacquisti: il movimento, i muscoli, il sorriso. E ti piace star nudo sul letto all'aria della sera. Attraverso le cicatrici ti rendi conto dell'enorme fortuna che hai, attraverso i tuoi passi dell'enorme libertà. Ma intanto ti accorgi di come ti sei abituato alla disciplina di come questa sia stata fondamentale, di come lo sia ancora. C'è qualcosa di marziale quindi nelle tue azioni: ti svolgi secondo precisa etichetta, e tutto quanto obbliga a una costante presenza a te stesso. I tuoi movimenti controllati, neanche una mano alla bocca, nessuna mossa scomposta. L'orario nei suoi limiti rispettato, e la distanza. Molte le analogie alla guerra, troppe. Allora pensi a quei piccoli bambini soldato e a chi ti dice: "guariranno". Non c'è prezzo e non c'è sconto come nel lamento infantile che sentivi in ospedale, e alzavi il volume per non ascoltare. Troppo tardi, ti è entrato dentro e sai che è troppo simile al tuo per poterlo ignorare. A nessuno tutto questo, a nessuno l'augureresti mai. E ti volti ora indietro, ora che torni e ti chiedi quel che è stato, quel che è rimasto. Trovi spazio per il sorriso, per il piacere. Stai abbandonando pian piano quella diffidenza per un mondo che si era fatto forzatamente alieno. Mentre riprendi il contatto capisci che non c'era modo di farlo prima. Ti sei allontanato da tutto per non lasciare altri spazi, hai dovuto dimenticare, hai dato fuoco a quel che era perché non fosse più e non ti potesse nuocere. Ritirandoti e lottando, ora finalmente ti riposi e inizi a ripartire. Non c'era tempo di farlo prima. Non c'era tempo a guardar ferita e neanche per sentirla. Si doveva continuare la lotta. E adesso che questa si fa diversa, sicuramente meno dura, adesso che forse il nemico si ritira, adesso ti guardi un po' attorno. Ancora sei accaldato, la testa pesante e il respiro a riprender fiato. Dove hai combattuto intorno a te giace il tempo passato. Senza abbassare la guardia, capisci: sai che ti sei comportato bene, sei fiero di te stesso: hai la testa alta mentre ti tocchi un braccio per sentirlo intero. Ora, forse per la prima volta, sai cosa vuol dire... E allora capisci che non vuoi perder tempo perché come tu dici "il tempo è poco" e la frase ti scappa con una naturalezza tale da essere disarmante persino per le tue stesse orecchie. Cerchi la coscienza delle tue azioni, una parola sottoposta all'equilibrio nel pensiero. E per trovarlo quell'equilibrio ti affidi anche alla soddisfazione effimera come pulire a sera quella pipa nera, la tua preferita. Persa e ritrovata, fedele compagna del prima dove prima è un tempo remoto. Quella è la tua pipa e nel fornello ci vedi il ritorno, nel tenerla in mano senti la ricostruzione. Anch'essa insieme al resto è testimonianza concreta del fatto che ci sei ancora, che sei ancora vivo: il senso del tatto.
Mentre vai avanti sì, forse uno sguardo cade all'indietro ma meglio un presente in cui accorgi che ci prendi gusto. E ci prendi gusto ad esser te stesso. Se ti chiedevi una sfida ti sei convinto: forse sai meglio, con amara consapevolezza, fin dove puoi arrivare. Pur cercando di restar lontano dalla trappola della presunzione e della sicumeria ti chiedi incerto del tuo raccontare, del tuo essere. Qualcuno ti guarda stupito, qualcun'altro interessanto. Qualcuno, ne sei certo, pure annoiato: a volte te stesso. Intanto hai l'ammirazione di molti, ma non ti senti certo un eroe. Un bravo combattente, quello sì. A chi ti ha detto che hai avuto coraggio rispondi che son le circostanze che rendon l'uomo coraggioso. Ripensi alla paura che avevi degli aghi.
Alla consapevolezza s'accompagna il dovere del ricordo, assieme a quello d'allegria. E la tua esperienza si fa un filo, che vorresti accompagnasse nel labirinto perché accanto a te resta l'amarezza, la maledizione di essere solo uno dei tanti, e tanti ancora dopo di te.

G.J.B.


domenica 20 luglio 2008

20 luglio - oggi cambiamo registro

ohhh... ora ci siamo già di più, benché ancora mi manchi qualcuno all'appello, sapete com'è la celebrità è una droga. A parte gli scherzi come in ogni amore corrisposto, credete davvero che come voi aspettate il nuovo post, io non aspetti i vostri commenti?
Mi rendo conto che gli ultimi scritti non sono facilissimi da commentare e forse (e questa è una pecca) pure da interpretare. Non posso dirvi altro che a me risultano chiarissimi, ma davvero qui si esige da parte del lettore forse un salto di troppo che non è neanche troppo corretto chiedere, figuararsi se uno può chiedere tanti commenti...
e poi appunto, il gusto (forse tipicamente fiorentino) della provocazione. Una cosa non ho capito, se alla fine i post sono stati apprezzati oppure no, che poi in fondo è quello che conta. A me piace in questo momento scrivere così e non smetterò di farlo. Soltanto come m'ha giustamente fatto notar qualcuno manca quel respiro dato da un po' di ironia e diventa invece impegnativo. E allora cambiamo un po' registro sennò si diventa pesanti e ci si annoia
Ed eccoci dunque ad oggi... e chi è ad oggi G.J.B. ?
Se sia il vostro eroe questo a voi deciderlo... per il momento il sottoscritto è quasi indubbiamente un blogger, ma in primis è uno che sta tornando ad essere "un allegro cazzone" (definizione non mia ma di David, poiché mai mi sognerei di spacciarmi autore di definizione tanto adatta). E' uno che boh... comunque G.J.B. è qui c'è e ci vuol star bene, che si sente bene anche se ha 1000 globuli bianchi e che avrebbe gran voglia di stare immerso nella buona e bella compagnia. G.J.B. è anche uno che si adatta abbastanza, che ha tante (troppe come al solito forse) idee per il futuro (tra cui un associazione se la volete ancora fare, un libro se trova un editore, ecc..). Il nostro per altro è uno che nel frattempo, tra una giornata fiorentina e l'altra s'è pure trovato il tempo per andarsi a comprare una moto. Una splendida moto: una BMW R1200C da appena 250 kg. Voci di corridoio ci dicono che stia aspettando di avere abbastanza piastrine per poterci scorrazzare sopra terrorizzando vecchiette. Avevo anche in mente un progetto di asta attaccata alla moto a cui appendere le sacche trasfusionali, per poter scorrazzare e trasfondere insieme, ma pare che la motorizzazione civile si sia opposta per problemi di omologazione. Comunque sono anche uno che non può mangiare roba cruda e nemmeno roba cioccolatosa... a presto cari ora vo a mangiare (non roba cruda né roba cioccolatosa ma forse l'ho già detto, che ci volete fare, l'età!)... spengete i cellulari che tanto prima o poi a tradimento vi chiamo tutti... poi tornerò ai blog ermetici vedrete ahahahh

un saluto

G.J.B.

venerdì 18 luglio 2008

18 luglio - si sta come...

Una lama, non importa sia di rasoio, una lama e camminarci sopra. Preso in mezzo tra lo stare e il sentire, coperto delle tue stesse attenzioni ti muovi da un luogo all'altro, da una città all'altra con una quasi disinvoltura che non sapevi ti fosse propria. E' uno scorrere del momento stesso, di continuo presente che si differenzia notevolmente dal comune stare. Credendoci molto meno mortali di quanto in realtà siamo. Credendoci più forti, più resistenti, addormentandoci dell'illusione piccola che in fondo capita sempre a qualcun altro. E poi appunto è lontano, tutto è lontano: città, continenti, case, gente, guerre, malattie... sopravvivendo alla fine in un mondo lontano, a un mondo lontano. Reso e arreso alla nostra indifferenza quotidiana: alla vacanza, al muro imbiancato, al vetro rotto. Ma di tanto in tanto il ghigno strano si presenta, bussando alla nostra porta, ancora macchiata di vernice fresca. E allora cosa rimane per prepararsi, se non l'esaltazione della vita stessa? Quindi eccoti di nuovo alla ricerca di quel giusto mezzo che non rende la cosa pericolosa e allo stesso non rinuncia alla piacevolezza della medesima. T'accontenti degli sguardi, delle parole e ti godi la foglia, il corpo, il sorriso. E mentre questo t'accarezza il volto noti, con una punta di distacco, quanto stai bene. Cercando, arrancando per renderlo ancora più tuo: l'attimo, il poco tempo, il fiore breve. Conscio di come ti senti, forse fino alla presunzione, di quelle labbra aperte, dei denti, d'un non-pensiero... e sarebbe troppo banale dire allora che qualcosa dentro si fa più profondo, meglio astenersi non asserire e rimanere a guardare quell'incanto che sembra circondarti. Almeno per il momento.

ancora mille globuli bianchi, alto rischio infettivo eppure ti senti bene, ti sei rasato i capelli, fai pesi, sei a casa. Forse fino a mercoledì...

un saluto

Giulio J.B.

P.S. Il numero di post sono diminuiti perché:
A. Vi siete rotti i coglioni di leggermi
B. E' estate e quindi ci si fa i cazzi nostri
C. Fa troppo caldo per leggere
D. Che palle tutti questi ultimi post
E. Son troppo personali per commentarli
F. Tutte queste insieme


domenica 13 luglio 2008

14-15 luglio - stare e sentire

Son di nuovo a Milano in un continuo rincorrersi... a Firenze fino a poco fa.
"come stai?" ti chiedon tutti... "come stai?" l'eco continuo che non si stanca a rincorrerti: domanda esteriore e domanda interiore... "come stai?"...già: "come sto?" e sempre quel punto interrogativo in fondo che insiste a pesare. Allora la premessa temporale d'un presente viene subito abbattuta e il tuo pensiero sbatte sul passato, su quel che hai passato. Poi torni a te stesso in una battuta veloce e sorridi a sottendere ciò che puoi solo accennare. "Son qui" rispondi, anche se a volte continui "e se son qui sto bene". Ma per te questo era già sottinteso. E ti si palesa il fatto che la parola si fa diseguale separando il senso comune dal tuo. Sentire e stare han preso strade diverse, per quanto ancora legate proseguono su strani, imprevedibili passi. Lo stesso stare si profila come qualcosa di troppo lontano e di troppo statico. Ti affidi quindi al momento che senti, a quell'attimo felice in cui percepisci il meccanismo organico del tuo corpo e della tua mente portati sul filo vacillante dell'equilibrio: e indovina chi fa l'equilibrista? E mentre stai ancora a chiederti se ci sia rete di salvataggio quel "come stai?" diventa un "come ti senti?". Allora a serate spargi la falsa notizia che quasi nulla sia cambiato eppure, tutto uguale tutto diverso, e quel "quasi" che ti frega. Vai avanti con i tuoi amici che insieme a te, da bravi compagni , si voglion finger persi. Ritrovati in una sera sulle rive del tuo fiume mentre qualcuno a ridere qualche altro a ascoltar la chitarra che suona una perfetta pantomima, una splendida commedia riuscita nel suo sgambetto al tempo. Solo questione di poco e l'orolgio si rialzerà. Ma diversi minuti intanto son colati via nella caduta, andando a tessere la storia d'una personale favola estiva in cui poco importa. O forse già l'atmosfera stessa sfuma in un sogno e il tuo piccolo popolo avanza marciando a braccetto con le piccole ore. Folletti e fate si sa, son pericolosi, ladri di troppe cose: alla fine quanto meno ti ritroverai senza giacca. Però hai scacciato il demone e i mala tempora si son disciolti tra le parole: quelle dette e quelle sospese. Una nuvola di fumo ti confonde lo sguardo lasciandolo libero: libertà in cui ti vuoi perdere e lo fai con gran piacere. Un paio di giorni dopo, il soffio del vento dolce è quasi lo stesso: sei solo adesso e stai osservare l'acqua che si increspa nella fontana. La gente affrettata a far da cornice e forse mi sento bene.

questo era vero specialmente stamani prima di fare l'emocromo e lo è abbastanza ancora se ci ripenso. Se invece ripenso a come sto e che ho appena 1000 globuli bianchi mi girano di brutto i coglioni...

un bacio

Giulio J.B.


mercoledì 9 luglio 2008

9 luglio - ritorno2

Ed eccoti, di nuovo a Milano, di nuovo a Firenze. Cos'è un ritorno? Cos'è il tuo ritorno? Niente di quello che ti aspetti e poco di quello che vorresti. E' un risveglio in un Paese (il tuo) ormai distrutto. Distrutti i tuoi occhi segnati dai tristi incontri, distrutte le tue mani che son state tanto lontane e le tue braccia bucate. Le tue gambe ormai stanche dal lungo cammino fermo. Cos'è un ritorno? Un ritorno è passare i minuti a guardare una foglia e una formica e trovarci il mondo. Hai capito l'importanza del distacco, eppure non ne sei ancora padrone. Come dell'unicità: solitudine della sofferenza, sofferenza della solitudine. Eppure sei qua, la testa alta o almeno così ti illudi mentre intuisci il nostro lento sopravvivere. E sai la tua vecchia vita come mai più la vivrai. Ogni cosa ha una luce diversa, né migliore né peggiore, ma i filtri ti sembran caduti e tu sei rimasto senza lente.
Dal vivere al sopravvivere, e tanto tempo non è passato solo per te ma per l'intera terra tua. Gli amici han cambiato parole, e sguardo. E il tuo pure non è più lo stesso ma smarrito, impaurito quasi di sé stesso e di quant'altro intorno. E ora ti circonda l'interrogativo, così te ne stai nel silenzio di te stesso, rifugandoti nelle finte certezze di un pensiero lontano. Sei un privilegiato uno sventurato? Dipende solo dai punti di vista. E di nuovo dal solito bicchiere: mezzo vuoto e mezzo pieno, dal solito respiro, sospiro: mezzo vuoto e mezzo pieno. Smagrito dal guardarti intorno ti avvicini al pasto. E anch'esso è diverso. Casa non è più casa: le pareti son cambiate e i libri non ti dicon più le stesse cose lasciandoti in una solitudine critica, quasi identitaria. Oppure no... è il solo il "tu" rispetto agli altri, solo una nuova proiezione di sé verso un qualcosa, o forse verso qualcuno. Ma ormai è esistito solo il presente e ti chiedi se quel tuo petto che è stato atrofizzato ritroverà motivo. Quale passo poserà il piede, così lo stesso così diverso? E le strade e la gente e il tuo specchio...

un saluto

G.J.B.

giovedì 3 luglio 2008

3 luglio - Son tornato

Son tornato. E stavolta son tornato per ritornare. Non per ripartire. Son tornato anche a Firenze e son tornato possibilmente per restare... non nel senso che adesso me ne sto bel bello qua e non dovrò tornare spesso a Milano, ma nel senso che è diverso l'approccio rispetto alle precedenti toccate e fughe. La differenza che c'è tra una boccata d'aria e l'idea di aggrapparsi a una zattera che ti riporti a riva. Difficile dire cos' è un ritorno, un ritorno lo sa solo chi lo vive o meglio spesso lo subisce. Forse è un ossimoro, una contraddizione. Allo stesso tempo improvviso eppure dilazionato. I tempi non collimano: quello che sei e quello che eri, il tuo sguardo diverso, e qualcosa di diverso intorno. Ciò che vorresti fare, tutto insieme magari. L'incertezza delle possibilità e la certezza che dovrai delle scelte. E' il viaggio passato a pensare a tutti quei volti che vuoi vedere e rivedere, conoscere e riconoscere. Ai progetti che hai. Il ritorno è tutto ed è sapere che sarà tutto diverso. Questo e anche la banalità di tante situazioni del quotidiano come una doccia o la tastiera sulla quale ora scrivo.
Oggi son palloso. Ma son tornato.

Via questo l'ho scritto appena tornato, ora scrivo un altro po' prima di andare a nanna perché qui nello studio ho accanto la finestra aperta che mi fa quel riscontro giusto giusto, quel venticello lieve che stai proprio bene. E che vi dico... boh son contento che la foto sia stata apprezzata. Che "tremate tremate le streghe son tornate". Che a parte tutto spero pian piano di poter incontrare tutti quanti. Oggi è stato bello quando son tornato ripensavo a tutte le persone che volevo vedere e mi sembrava di non finire più. C'è lui e poi lei e poi e poi... bello davvero. E ognuno conservava il suo posto e ognuno era tra le prime persone che volevo vedere. Questo ovviamente non è possibile, e mi è un po' un dolore non poter incontrar subito ciascuno. Non voglio far adunate perché poi vedo tutti insieme ma per veder tutti finisce che non sto con nessuno. Allora abbiate pazienza anche perché io, non so voi, preferisco vederci singolarmente, è un po'più intimo no? Lunedì comunque vado di nuovo su ma in fondo spero di aver un po'più di tempo per noi da ora in poi...

E ora lo giro io il coltello nella piaga. Con qualcuno di MILANO che voleva venire prima di ME a FIRENZE. E per giunta ha anche provato a prendermi per il culo sul MIO BLOG per questo... Ora io capisco tutto ma già un milanese che prende per il culo un fiorentino è un ossimoro. Tanto più su una cosa sacra come la sua città. Quindi cara Emanuela: leggimi pure stanotte mentre io son a dormire nel mio bel lettino candido di casa, che io nella mi' Firenze ci son già da oggi, e per giunta ci son pure nato e ci sto parecchio bene!Eh tu credevi davvero di venir qua prima di me? Oh grulla! Ma guarda un po' te 'sti milanesi! Stai un po'su a farti curar da loro e si credon per questo chissacché, ma roba da matti. Telefonami piuttosto quando arrivi va' che tanto il numero lo trovi in cartella clinica (e 'un mi dire che 'un tu c'hai l'accesso alle cartelle perché 'un ci credo manco a volere guarda!)... E ora pena poco (come dice la mi'nonna quando c'è da sbrigarsi a far qualcosa) che c'è da fare i prelievi delle 5!

A presto e "buonanotte"(vero?)
con affetto

G.J.B.


P.S. Sempre per Emanuala: pensa un po' che bischero che sono: oggi in un afflato di bontà (prima di leggere il blog) ero venuto pure a cercarti su in reparto per farti un saluto. Proprio bischero.

2-3 luglio - Per aspera ad astra

Ed eccolo il nostro eroe in tutto il suo splendore. La foto dai cui sopra è stata scattata il 2 luglio 2008 e mi presento a voi vestito nel modo in cui passo la maggior parte della giornata: ovvero con un'improbabile yukata (la vestaglietta) portatami da mio fratello anni or sono dal Giappone, gli occhiali semi-da-sole anche in casa perché mi dà noia la luce dello schermo del computer, e "Clara" la mia prima favolosa chitarra acustica (una eko ranger c6 se non ricordo male). Ovviamente io non so suonare, ma questi son dettagli, magari in questo tempo che son quassù se mi applico un po'qualcosa imparo. O almeno questo ho pensato al momento del folle acquisto. Non credo tuttavia che diventerò mai un grande chitarrista, però almeno saper strimpellar due note sarebbe carino. Riuscirò ad imparare senza scoraggiarmi prima? Con la musica ho sempre avuto un brutto rapporto... Chissà, stiamo a vedere, dalla mia ho un valente amico chitarrista che ha un bell'entusiasmo e mi vuole insegnare. Vorrà dire che io gli farò un corso di fotografia. Ma la vera sorpresa effettivamente è che per la prima volta ho messo come intestazione una foto del nuovo "me" e non una delle tante foto della Corsica (come son stato bene in Corsica). E un po' son cambiato però... Sì, sì, non so se si vede nella foto ma adesso son biondastro (o castano chiaro) e per altro sto pure cambiando gruppo sanguigno (quest'ultimo mutamento poi dalla foto traspare perfettamente)... un'esperienza mica da poco! Nei giorni passati ho cercato di vincere, con un certo successo, la desolazione di milano2. Prima con un bel pomeriggio di sole per i fatti miei a Milano città. Sottolineo per i fatti miei perché son abituato a vivere e muovermi sempre con qualcuno accanto che mi accompagna. E invece no, solo soletto per la prima volta da mesi ho messo piede in un negozio (mascherina ben calzata) e sono andato a comprare la chitarra e un paio di libri. Tra l'altro aveva piovuto la sera prima quindi ho approfittato del clima accettabile. Il giorno dopo mi son incontrato per una birretta con Paolo, studente di infermieristica al S.Raffale, con il quale avevo legato in reparto subito dopo il trapianto. Oggi mi son riposato e baloccato un po', ho anche fatto i miei primi due accordi... insomma vi faccio un po' l'elenco dei grandi avvenimenti che mi circondano. Giornate intense come vedete, mentre molti di voi si squagliano nel caldo irreale di Firenze, quando anche l'asfalto ribolle. Ciò nonostante mi manca la mia città e ancor di più i miei affetti, che ben varrebbero il caldo. Ma non so ancora quando potrò tornare. Per ora accontentiamoci di questi due giorni passati bene e speriamo di continuare e di vederci presto

un abbraccio, un bacio, quel che volete

G.J.B.

P.S. "E la parte di riflessione?" potrebbe chiedere qualche avido lettore (davvero almeno 10 persone che non mi conoscono personalmente mi leggono??? Mah... però mi fa piacere)... La parte di riflessione la lascio a Yukio Mishima la cui lettura è senza dubbio interessante.

"soltanto in anni recenti ho capito che basta praticare il kendo e brandire una spada di bambù per evadere, anche se per brevi istanti, dal pantano del nichilismo. Mi sono occorsi molti anni per poter comprendere che l'azione più semplice ha il potere di risanare dal morbo della letteratura..."

Yukio Mishima Lezioni spirituali per un giovane samurai