
G.J.B

In tutti questi mesi di scrittura diaristica e autobiografica non vi ho ancora parlato di quando il blog non c'era, di come la mia vita sia stata ripresa per quei capelli folti che ancora aveva (già...se le cure fossero iniziate qualche giorno non sarei più in quello stato che comunemente definiamo “vivo”) e di come sia nato il blog. Già prima della mia leucemia come molti giovani della mia età conducevo un esistenza “tranquilla” e senza blog. La mia era fatta dal desiderio di laurearsi e sistemarsi con la propria ragazza, dai miei amici e dalle serate di leggere per non dimenticare, dal FotoClub e ovviamente dalle mie passioni per la fotografia e per la scrittura (stavo lavorando alla realizzazione di una serie di racconti riguardanti lo squallore del mondo politico e para-politico che per ora ho abbandonato perché mi deprime un po' troppo l'argomento). Cercavo anche un monolocale da prendere in affitto chissà con quali soldi? Ma confidavo che stringendo da una parte e guadagnando qualcosa dall'altra tra corsi di fotografia e grafica ce l'avremmo fatta a arrivare a pagare l'affitto a fine mese. E così i giorni passavano più o meno sereni con i problemi che tutti quanti ci troviamo a affrontare ogni giorno, le solite incomprensioni con le persone vicine, il solito traffico, i soliti ritrovi. Ricordo perfettamente che insieme alla stanchezza, negli ultimi tempi della fine di ottobre, ho iniziato ad avere un po' di temperatura. Ma una febbriciattola leggera che sarebbe potuta essere tranquillamente stagionale. Ma in meno di una settimana la temperatura si era trasformata in una febbre strana, alta e che veniva solo la sera. Non era una febbre normale. Sabato sera avevo 38 e mezzo e ero uscito a fare foto al “festival della creatività”. Ma mi sentivo stanco. Domenica sera ero a casa della mia ragazza e mica stavo tanto bene. Ma la mattina e il pomeriggio non ho problemi... “strana questa cosa però!”. Un po' di saggezza mi consiglia di parlarne con mia zia: sostanzialmente il mio medico da quando son nato. Il responso è chiaro: analisi del sangue. Vincere l'atavica paura degli aghi mi costa un po'. Siamo ormai agli ultimi giorni di ottobre: il giorno dei morti si avvicina e con quello le festività. All'Azienda Sanitaria Locale di Careggi l'attesa è lunga e i vecchi son tanti. Decido quindi di fare un bel giro sul mio motorino per ingannare il tempo e vado a ammirare i colori dell'autunno sulle colline di Careggi. Uno dei ricordi più cari “da sano” che mi ha accompagnato per tutto il corso delle cure e ancora oggi mi conforta è quello delle sfumature di giallo che coronavano la campagna toscana in quel giorno di sole. La liberà data dal motorino che si inerpicava per le strette strade circondate dagli ulivi è stato un vero tributo a me e alla natura. Passata un'ora torno alla ASL. I risultati li avrei dovuti ritirare più di una settimana dopo: era circa il 22 ottobre. Per la consegna si arrivava a dopo i morti (non credo che ci sarei arrivato). Intanto i giorni dopo sto sempre peggio. La febbre mi viene anche il pomeriggio e aumenta di mezzo grado ogni giorno che passa. I miei zii decidono che le analisi vanno recuperate ben prima del giorno del ritiro e si muovono conseguentemente. Passa ancora qualche giorno, il 24 di ottobre, giorno del compleanno di madre sto sufficientemente male da non mangiare praticamente nulla. Il fegato comincia a cedere e assumo un pessimo colorito giallastro. Scopriamo in quei giorni che il laboratorio di analisi aveva già i risultati ma la lentezza della “cosa pubblica” italiana non li concedeva se non dopo le festività. Intanto la situazione si fa evidentemente sempre più grave. Decidiamo dunque di farmi ricoverare, resta il dubbio tra ematologia e malattie infettive, ma ematologia prende evidentemente il sopravvento. Quando mi ricoverano non mi reggo in piedi. Il mio colorito è decisamente più giallo del normale tanto da intonarsi bene con i colori autunnali degli alberi, il fegato è messo evidentemente male e più che altro le mie forze sono ormai allo stremo. Ricordo bene la “veglia” dei miei familiari intorno al mio letto, in particolare mio zio che, in mezzo a tutto quel caos non ha praticamente mai abbandonato il mio letto come mi ha fatto poi altrettanto bene notare la mia dolce metà... il resto della casa invece era già in evidente fibrillazione tanto che perfino io, obbligato a letto, riuscivo a rendermene conto. E finalmente arrivò il giorno del ricovero. Mi hanno portato in barella tre buffe signore che si misero a parlare con mia madre di come faceva ad avere piante così belle e di come trattasse quel parquet così lucente. In ospedale mi misero in una camerata al reparto Sud di ematologia di Careggi. Il letto non era pronto subito e aspettai in un salottino bianco e blu. Ero un po' scomodo ma intorno avevo la mia famiglia e la mia dolce metà con la quale ebbi pure la forza di avere un piccolo battibecco. Poi sono stato portato in una stanza con altri due letti, il mio che era quello più vicino alla porta, quello accanto al mio: di Narciso, tipografo di Montecatini che ancora ad oggi sento. Narciso: vitale giocatore di carte sulla settantina che adesso probabilmente è chiuso in isolamento a Caraggi farsi il suo bel trapianto di midollo e aspetta di poter tornare a farsi le sue belle partite con gli amici e di tornare alla sua tipografia. E infine nell'ultimo letto il fu Marcello, spentosi in quei giorni tra troppe sofferenze, con sua moglie, forse di nome Luana, che lo vegliava continuamente. Avevamo immediatamente imparato a “volerci bene” in quella situazione e in realtà ancora mi chiedo di come mi abbiano potuto sopportare i miei vicini dato il flusso di persone che venne a trovarmi ininterrotto durante le ora di “passo”. Ma la solidarietà umana è più grande di quel che si pensi e so di per certo che nessuno dei miei compagni me ne han voluto per questo.
Ho altri ricordi di quei giorni confusi in cui mi han dovuto perfino lavare nel letto. Ricordo per esempio mio zio che ha trascorso diverse notti nel salottino vicino senza mai lasciarmi, ricordo le partite a carte con Amal e Narciso, ricordo la gentilezza dei miei compagni di stanza e tutte quelle persone che mi son venute a trovare. Ricordo con gran piacere il mio buon P.J. che si portò dietro anche i suoi bambini ma gli toccò lasciarli in sala d'attesa. Ricordo Rosanna Bettarini e Lucio Trizzino, esimio architetto che dai suoi azzurri mi disse di trarne quanto potevo da questa malattia. Ho cercato di seguire il consiglio. Ricordo i miei amici del Capponi, neanche tutti miei studenti. Ho tanti bei ricordi di tutti quanti. Ma meglio di tutto ricordo forse la faccia di mia zia e l'altro dottore che mi dicono che ho una leucemia. Le facce sono scure e il silenzio li ferma. Non so cosa pensare mentre il tempo si dilata. Cerco di carpire qualcosa dalle espressioni. Nessuno parla poi uno dei due, mia zia credo, rompe gli indugi:
Giulietto, hai una brutta malattia: hai una leucemia.
Sto zitto e rifletto su quelle parole, frugo nelle mie scarse conoscenze mediche, mi par di aver sentito che si guarisce, ma non ne son mica sicuro. Esito. Penso che forse sono arrivato alla fine dei miei giorni, poi mi faccio coraggio e lo chiedo:
si cura?
Interviene il dottore:
si si altrimenti avevamo già un biglietto per le Bahamas
ok... è andata bene. Ora passiamo alla fase due. Mi fa paura anche quella ma il peggio è passato forse:
Avrò danni permanenti?
Ci sarebbe quella storia dell'evirazione
risponde il dottore. Per fortuna aveva sbagliato termine e io non avevo sentito bene. Vi posso assicurare che ho ancora le mie palle e me le tengo ben strette.
E il blog invece com'è nato? Questo blog che tanto ha cambiato il corso strano della mia vita e credo che abbia cambiato anche la vostra... già questo blog com'è nato? Strano che nessuno me l'abbia ancora chiesto, diciamo che dai più è stato quasi accettato come cosa “naturale”, esistente di per sé.
No, il blog non esisteva ed è nato semplicemente per raccontare un po' a tutti quei miei amici che mi vogliono bene come stavo (e come sto). Per evitare anche sostanzialmente di dover dire a tutti le stesse cose, perché dopo un po' ripetersi viene a noia. Così è nato il blog quasi per pigrizia sostanzialmente. Beh, poi ci è presa la mano e quel che è nato e nasce è storia contemporanea. E ora vengono invece le note dolenti: perché uno scrive? E ancora, perché io scrivo? Di solito chi fa una qualunque cosa la fa per un motivo. Sia esso il migliore o il più incomprensibile, vi è quasi sempre una ragione per la quale una persona agisce, anche quelli che comunemente definiamo pazzi credo seguano un logica. Detto questo una persona può scrivere per tanti motivi: semplicemente comunque per “comunicare” anche solo con sé stessi. A quanto ne so vi sono studi che individuano nell'attività diaristica un indubbio vantaggio per la mente. Ma io invece perché scrivo? E come scelgo quel che scrivo? All'inizio ve l'ho detto, non mi sono neanche posto il problema. Ho scritto e basta. Ho scritto come stavo e quel pensavo di getto. Ne avevo bisogno: da là è venuta quell'ironia che ha caratterizzato il mio blog scrivevo nello stesso modo in cui parlavo, non mediato, non meditato. Anche ora scrivo abbastanza di getto, ma vi è una meditazione dietro... decido di cosa scrivere, lo scelgo e decido come scriverlo. Penso sostanzialmente a una sorta di breve scaletta mentale. A scapito forse dell'ironia. Beh vi accontenterete. Comunque sia perché scrivo? Cosa mi ha spinto a sedici anni a pensare che volevo fare lo scrittore? E cosa mi spinge adesso? Sostanzialmente l'utilità... ho sempre pensato che gli scrittori (come un po' tutti gli artisti che compongono) avessero un dono speciale. Quello di poter consolare gli altri, di far sentire meno sole le persone, di dare speranza, di regalare bellezza. Neruda parla di uno dei ricordi più belli della sua vita di quando recitò le sue poesie ai minatori di rame in Cile. Se non ricordo male un minatore con la faccia completamente nera di carbone si mise a piangere mentre lo ringraziava. E quante poesie di amore sono servite per immense dichiarazioni? E ancora chi appunto non è mai stato consolato da un libro? I libri regalano idee e speranza non a caso hanno avuto tante volte vita difficile. Inutile ricordare i roghi nazisti e inutile ricordare i “libri proibiti” che caratterizzano ogni dittatura o ogni chiusura mentale. E dunque perché io vi sto scrivendo adesso e continuerò a farlo? Nella speranza di “regalare” tutto questo. Sostanzialmente ho sempre voluto scrivere per questo, so che c'è chi scrive solo per sé e lo capisco e lo rispetto. Ma non è il mio caso. E in questo momento per me scrivere è fondamentale per non sentirmi “inutile al mondo e alle mie dita” come dicevo. Il fatto di potervi regalare emozioni e riflessioni mi fa sentire in qualche modo utile e mi fa percepire la scrittura come un lavoro e come un bellissimo dovere. Per come la vedo possiamo trovare un senso per la nostra vita nel fare qualcosa di “utile” per gli altri. Nella nostra società il lavoro è espressione di questo. È evidente che il lavoro di un medico ha un'immediata ricaduta, lo stesso si dica per un infermiere o quant'altro. Per uno scrittore non è necessariamente così. Però il fatto che mi diciate delle emozioni e delle riflessioni che leggermi vi suscita mi dà un senso di utilità. Esattamente come quel minatore per Neruda. E il mestiere dello scrittore ha un “vantaggio” non indifferente che si può continuare a lavorare anche dopo la fine dei nostri giorni. Che è una “consolazione” non da poco. Certo, sono pochi quelli che ci riescono ma tanto vale tentare, credo che sia la speranza di ogni scrittore. Personalmente non ho mai capito quel Virgilio che amo e ho amato tanto che voleva che il suo lavoro fosse tutto bruciato. E dunque ecco perché io scrivo questo blog: sostanzialmente per sentirmi “utile” per condividere, comunicare e perché spero che possiate apprezzare di più la vita che fate là fuori. E magari che vi sentiate meno soli. Se vi sono riuscito allora il mio tempo è stato “speso” bene e il mio impegno ripagato. Anche se, vi dirò, non ho intenzione di passare la vita a scrivere su di questa cazzo di malattia. Però per tanti motivi questo è lo stato attuale delle cose e pare che sia utile a me e a voi. Quando sarò guarito ho diversi altri progetti magari continuo anche il “tengo famiglia” ovvero quel libretto sulle storie di ordinaria politica... ma questa è un altra storia...
Finisco raccontandovi di quest'ultima giornata ospedaliera, dato che domani mi dovrebbero dimettere, passata senza incidenti di sorta. Sostanzialmente ho vissuto questi giorni sperando di non avere troppi effetti collaterali e che mi sia permesso di stare tanto bene da potermi godere la compagnia della mia dolce metà che dovrebbe arrivare domani. Spero anche che questo sia l'ultimo ciclo di chemio e che mi portino al trapianto prima della fine di febbraio... ma sono speranze, stiamo a vedere e godetevi la vostra vita da sani... come io cerco di godermi la mia.
Un bacio
il vostro
Cos'è stare chiusi in un reparto per un mese? Per me ha significato non guardare quasi mai fuori dalla finestra, come i cavalli, mettersi i paraocchi. Non vi era altro obiettivo che uscire e guarire al più presto. Il blog con tutto quello che ne è nato ha assorbito tutte quante le mie energie e le mie attenzioni: ho passato quei giorni a scrivere e tenermi vivo grazie ai miei lettori, ai miei amici. Ho ricevuto mail da circa 100 indirizzi di posta elettronica diversi. Ho ripreso rapporti che credevo morti, molte persone le devo ancora conoscere, di alcune non so neppure che faccia hanno. La malattia mi ha arricchito molto da questo punto di vista. Se c'è un tempo della semina, quel mese è stato il tempo del raccolto. Ne avevo bisogno indubbiamente. E vi ringrazio. Ora quei rapporti, quegli affetti continuano a circondarmi, sono presenti, tanto nei miei ricordi quanto nella mia vita attuale. Nelle mie intenzioni l'associazione che sta nascendo sarà la realizzazione, il proseguimento di quell'affetto e quell'amore che mi ha accolto in un momento di grande difficoltà. Lo Statuto è in via di realizzazione, la finalità sarà sostanzialmente quella di formare e formarci sull'uso di sostanze psicoattive. Un po' di tempo fa mio fratello mi chiese scettico e poco delicato come suo solito: “ma vuoi fare un'associazione di tossici?”. No, non voglio fare un'associazione di tossici, ma forse ne verrà fuori un associazioni di drogati ed ex-depressi che voglion viver bene e aiutare gli altri. E non ci vedo niente di male, perché sono esperienze comuni alla maggior parte dei miei amici, oltre che al sottoscritto che appunto, era depresso... eppure ha seminato abbastanza da essere qua adesso con una gran voglia di fare.
Ma non voglio parlare di questo. Voglio continuare a parlarvi di quel che è stata l'esperienza di questa cazzo di malattia in altri termini rispetto a quelli in cui ho fatto finora. Storie di vita comune che magari sono sfuggite e forse possono interessare. Credo che la bellezza della prosa sia la resa, nei tratti essenziali, di un'esperienza, di una storia ed è quello che cercherò di fare.
Oggi farò il salto, è da tanto che voglio raccontare questa esperienza ma non ho mai avuto il “coraggio” di cimentarmici. Un po' per la particolarità dell'esperienza che vado a raccontare, un po' per la difficoltà dell'argomento.
Quando sono tornato a casa dal reparto sostanzialmente, a parte una forte stanchezza, stavo bene. Durante i giorni del reparto non avevo dato segni di particolare problemi né da un punto di vista mentale, né da un punto di vista fisico. Vi erano stati dei sogni particolari in realtà, sensazioni particolari e molto vivide quasi allucinazioni direi. Ma l'inconscio si sa, lavora molto. Ricordo comunque per esempio la presenza costante del colore verde in queste “visioni”. In una in particolare lasciavo che un manto erboso mi avvolgesse completamente. Vi sprofondavo dentro lasciandomi andare e superando così molte paure. Tutt'ora ho un rapporto molto particolare e personale con quel sogno. In altri momenti poi avevo finito per “cedere” a momenti di disturbo. Ricordo per esempio una volta in cui non mi volevo addormentare. Era venuto a trovarmi mio padre ed avevo paura che se mi fossi addormentato non l'avrei più rivisto. Ne ero praticamente convinto o comunque ero abbastanza terrorizzato. Adesso credo che in realtà le sostanze “alteranti” contenute nelle chemioterapie avessero già mostrato i loro effetti. Probabilmente non saprò mai qual'è il reale nesso tra le cose, quanto sia stato tutto “naturale” e quanto invece figlio delle sostanze che prendevo. Probabilmente non è neanche importante. Fatto sta che dopo il mio ritorno a casa l'asparaginasi si è rivelata in tutti i suoi effetti devastanti... ma a qualche giorno di distanza, sostanzialmente il viaggio mentale è coinciso con quello fisico per Milano. Dovevo andare a farmi accettare come paziente del San Raffaele. Mi avrebbero accompagnato mio zio e mia madre. L'andata la ricordo abbastanza tranquilla. Viaggio disteso perché ovviamente sono debole. In serata l'arrivo all'abergo: abbiamo prenotato due camere, io dormirò in stanza con mia madre. La struttura alberghiera è evidentemente attrezzata per malati. Gli angoli sono smussati, le docce e i bagni muniti di ogni possibilità per lavarsi al meglio senza sforzo. Quando a cena andiamo a mangiare sto ancora abbastanza bene. Durante la nottata iniziano i problemi. Parlando con mia madre inizio a dire che ho scoperto qual'è il mio ricordo più bello che ovviamente è con lei. Inizio a fare discorsi strani, comunque le dico che le voglio bene e poi mi metto a letto. Per fare il suo ingresso la distorsione mentale scegli di nuovo i sogni, o meglio gli incubi. Cercherò di descrivere ma non sarà facile.
Ero a Milano con mio zio, stiamo andando a farci accettare all'ospedale decido di fermarmi a un bar. Entro e il bar è strano. Spruzzano nell'aria uno strano sapone, no, non è sapone è LSD. I personaggi che sono nel bar sono conseguenti: addobbati nei modi più strani, ne ricordo uno in particolare vestito punk con un giubbotto di pelle nera e borchie varie. L'aria cattiva. Mi avvicinano in tre e iniziano a torturarmi. Riescono in qualche modo a mettermi su delle piattaforme che si muovono velocissime verso l'alto. Non posso scendere e mi danno una vertigine terribile. Dopo un po'smettono e poi ancora e ancora... fino a che non si stancano. A un certo punto ho anche una visione simbolica e terrorizzante della mia malattia consegnatami anche quella dai ceffi in questione. Io sono totalmente indifeso, alla loro mercé... sono di nuovo nel bar dove spruzzano LSD minacciano di picchiarmi... ma in realtà non lo fanno mai. La loro appunto è una tortura mentale. Ricordo perfettamente la sensazione del punk che mi sta per sbattere la testa contro un tubo arrugginito e sudicio e si ferma in realtà sempre prima.
Mi sveglio e racconto il sogno a mia madre. Il giorno dopo a colazione sto ancora abbastanza bene. Il fatto è che gli stati confusionali si alternano a momenti di quasi totale lucidità o a momenti di “mezzo e mezzo”. Durante il viaggio per l'ospedale do invece segni di squilibrio. Inizio a scrivere ossessivamente quello che penso su ogni cosa possibile. Ho paura di dimenticarmi le cose o chissà cosa... voglio scrivere tutto! Tutto quello che mi passa per la testa! Un giorno pubblicherò quanto prodotto in quei momenti, purtroppo al momento non ho sottomano il quaderno da trascrivere. All'ospedale il mio comportamento è conseguente. Davanti al primario che mi riceve mi rendo conto di non riuscire a seguire i discorsi che mi fa. E scrivo. Mio zio e mia madre rimangono male dal mio comportamento che inizia a palesarsi come anormale. E sostanzialmente rimedio una gran figura di merda con il primario, al quale poi evidentemente sarà spiegato... Le ore dopo sono conseguenti. Faccio una fatica terribile a seguire ogni tipo di discorso, anche i più semplici, ricordo ancora con un certo orrore una discussione sulle moto con mio zio. Mi sforzo di apparire normale, perché mi rendo conto che non lo sono. A pranzo ormai le sostanze hanno fatto effetto. Non ho allucinazioni visive di rilievo, o almeno non credo di averne avute. Credo tuttavia che la mia difficoltà a capire anche concetti semplici abbia portato le persone a ripetere più volte quello che dicevano. Vedere ripetersi la stessa scena, la complicità di un cellulare il cui orologio segna sempre un ora diversa (è rotto, che ci volete fare?) e le sostanze assunte mi sballano la dimensione temporale. Sostanzialmente non sono più convinto che le cose si “muovano” linearmente. Vedo tutto ripetersi, ciclicamente. Rivivo le stesse cose. Mentre mangio sono convinto che rivedrò sempre la stessa scena per l'eternità. L'istinto è stato di alzarsi, prendere il coltello sul tavolo e ammazzarmi. Poi la visione è cambiata e ho pensato che avrei vissuto per l'eternità nella stanza di ristorante dov'ero. La mia voglia di restare vivo mi ha detto che non era proprio il massimo ma in fondo a mio madre e mio zio gli voglio bene, quindi perché no e poi chissà che persona era quel ristoratore con i baffi? Quando il pranzo finisce sono estremamente stupefatto dal fatto di riuscire a uscire dalla stanza. Ma allora fuori c'è il mondo!!! Mentre mio zio mi chiede di accompagnarlo alla macchina sono felice. Se l'eternità dentro la stanza non era un gran che, l'eternità fuori non è male come prospettiva. Beh comunque tutto è possibile. E la felicità è alla portata di mano. Tutto è possibile. La via della felicità è cercare di assaporare ogni momento e di viverlo nel modo più felice possibile. In fondo basta poco, basta non star male. E condividendo il tutto con gli altri ovviamente, poiché il voler bene, l'affetto, l'amore rende felici. Allora stiamo tanto con gli altri, con quelli a cui si vuole bene e cerchiamo di voler bene a quante più persone possibile. E comunicarlo agli altri è facile. Mi metto in testa che se si fa una catena e tutti quanti diamo questi insegnamenti il mondo intero sarà a breve un posto felice. La chiave della felicità è “vivi nel modo più felice possibile” bisogna dirlo a tutti così tutti saranno felici e lo diranno a altre persone che saranno felici e così via. Voglio fare una catena e quindi perché non iniziare a dirlo alla receptionist dell'hotel. Che si mette a ridere e mi ringrazia, però effettivamente è felice... in buona parte sono ancora ad oggi convinto che il tutto abbia una sua logica nient' affatto trascurabile. Rinizia il viaggio di ritorno verso Firenze e le note dolenti non sono finite. Sempre in ottica “utilitaristica” di riflessione sulla felicità racconto qualche barzelletta ma la sensazione terribile di eterna ciclicità mi fa pensare che non rivedrò mai più Firenze. Quel viaggio durerà in eterno ma gli altri non se ne rendono conoto. Ricordo perfettamente di essere tornato indietro nel tempo e di aver affrontato quelle curve sull'appennino due volte vivendo gli stessi discorsi e le stesse cose. Ma gli altri non se ne rendevano conto. La conseguenza è che non vedrò mai più la ragazza che amo. In altri momenti il tempo pare andare quindi avanti a singhiozzi. Quando arrivo a casa sono convinto di aver fatto cose che non ho mai fatto e così via. A un dato momento sono in cucina e credo che il mondo intorno a me si sia bloccato. Quindi sono guarito e allora perché non andarlo a vedere questo mondo là fuori. Apro la finestra del balcone e cerco di uscire. È bloccato allora esco correndo dalla porta. Mio padre mi rincorre e mi riporta in casa. “Ma ero guarito...” penso. Comunque è evidente che il tempo non si è bloccato. Inizio dunque a pensare che il tempo sia mosso da qualcosa di ben superiore e che i miei viaggi temporali siano sostanzialmente da attribuire a Dio. Il problema è... quale Dio? Inizio ovviamente a avere e manifestare una Fede profondissima. Durante i mesi del reparto avevo già manifestato una mia religiosità di cui sono ancora convinto. Non sono ateo, e continuo comunque ad avere una forma di spirtualità molto personale, non facilmente definibile. Comunque per me non è tutto qui. Non posso dire tuttavia di riconoscermi per il momento in una religione “dogmatizzata” e continuo ad essere convintamente anticlericale. Da quel momento comunque una certa ricerca spirituale ha caretterizzato le ore successive. Ore abbastanza tranquille, Amal era con me e mi ha detto che ero buffo. Ricordo anche di averle fatto delle bellissime dichiarazioni di amore. Ma questa è un altra storia, o meglio è troppo personale. Non so se la notte ho dormito, credo di si ma i ricordi sono confusi. Dovevo comunque capire come funzionava quella storia dei “movimenti temporali” e soprattuto, stabilito che gli sbalzi temporali erano controllati da un'entità superiore... chi era Dio? Adesso mi si era palesato, era talmente evidente che esisteva (altrimenti come si spiegavano gli “sbalzi temporali?”). In più c'era il ragionamento sulla felicità... forse sarei dovuto diventare un profeta? O un predicatore? O più semplicemente uno scrittore e raccontare la mia esperienza... (ho optato per quest'ultima). Che dovessi raccontare tutto comunque era un evidente volontà divina (cosa che per altro adesso sto facendo). Ma i momenti di sofferenza non erano passati purtroppo, ho due immagine vive nel mio ricordo uno di me chiuso nel mio letto sotto le coperte e con mia madre accanto che mi veglia nella penombra. E mentre penso a questioni religiose, nella luce strana dell'alba la vedo come morta. La vedo come uno scheletro, come uno spettro anche lei mi ha confermato che la penombra della stanza era spettrale. Penso che la vedrò così per sempre quando saremo tutti morti, mio padre invece non lo rivedrò mai più quando morirà. Questo è il volere di Dio. Io ho avuto la fortuna di conoscerlo. Chi non lo consce ha la sorte segnata e dopo la morte sarà “morto” davvero. Chi invece ha forme di religiosità assumerà l'aspetto di mia madre, chi come me l'ha conosciuto vivrà in eterno così come in quel momento. Una visione abbastanza terrificante vi dirò. Dunque bisogna convertire tutti e bisogna eliminare le bestemmie. Riposo un po' ma a un dato momento mi rendo conto che il mondo sta per finire tra poco. Devo avvertire i miei genitori. Prendo 3 orologi in mano: uno lo vedo andare all'indietro, uno in avanti e l'ultimo è il presente. O meglio, uno è il futuro, uno è il passato e uno è il presente. Sinceramente non vi so spiegare precisamente il terzo orologio. Ma vi posso assicurare che ognuno era diverso dall'altro. Quando le tre lancette si fossero incontrate il mondo sarebbe finito. Ero là in sala a sbraitare ai miei che avrebbero visto... Non è succeso, mi sono sbagliato per fortuna. Da quel momento le cose sono andate meglio, l'ultimo stato di alterazione mentale l'ho avuto a mattina, quando mi sono reso conto che il mio era un “Dio felice”... ho anche iniziato a dire che “io sono Dio” ho avuto una visione perfetta della felicità. “Tutto è possibile”. “io sono Dio come tutto è Dio”... “tu sei Dio”. Tutto questo correlato con il pulsare di una felicità cosmica di serenità. Una visione credo molto vicina a quella buddista forse, anche il "senso del tempo" è andato piano piano acquitandosi. Qualche tempo dopo a tavola con i miei parenti, finalmente sereni e tranquilli tutti insieme qualcuno mi disse per scherzo: “ci sta che te la rifacciano l' asparaginasi”. Mi sono venuti gli occhi lucidi al solo pensiero.
E con questo vi lascio sperando di essere stato interessante e esaustivo.
A presto
G.J.B.
...ed eccomi qua a scrivere mentre guardo dalla finestra della stanza dove sono ricoverato. Sto bene, sono tranquillo, non fossi in un reparto d'ospedale non direi nemmeno di essere malato. Ieri sera mi sono messo a rileggere quanto avevo scritto negli scorsi giorni... Non credo di essere in realtà a rendere efficacemente lo stato di dissociazione in cui versavo. Perché dissociazione? Sostanzialmente provate voi a essere buttati dentro una stanza senza uscire per un mese, perdere tutti i capelli e 10 kg senza poter baciare nessuno, poi uscite, fatevi 2 giorni e 2 notti sotto effetto di droga mentre vi portano a Milano e vi riportano a casa. Poi riprendetevi nel vostro letto ma non avete forze per camminare tanto che perfino i vecchini con il bastone vi superano mentre attraversate la strada. Dopo tre o quattro giorni tornate a Milano e fatevi ricoverare in un reparto d'ospedale per 3 giorni, uscitene. Restate ad abitare in una stanza d'hotel con i vostri genitori per una decina di giorni ulteriori, uscendo pochissimo perché siete costretti nel letto da un mal di testa che vi attanaglia appena vi alzate. Tornate a casa per la vigilia di Natale e cercate di fare tutto quello che vorreste (compreso fondare un'associazione) ma non avete neanche il tempo di rilassarvi un attimo perché il primo gennaio si torna su. Una settimana è già passata e non avete neanche scelto i vestiti da portare con voi. La vostra camera intanto, le vostre cose, tutto quanto è stato spostato e messo altrove: non un libro al suo posto, non una borsa, neanche i quadri alle pareti... il vostro computer, fedele compagno, è stato riassettato e avete perso tutti i dati che c'erano sopra. Intanto vi spostate di nuovo: casa di Milano2. Inizia di nuovo la chemioterapia mentre vivete ormai da due mesi senza essere mai stati lasciati soli. La vostra privacy è stata ormai distrutta da tempo. Non avete neanche più controllo dei vostri soldi perché la tessera del bancomat si è rotta e non avete ovviamente avuto tempo per rifarla. Vivete in quattro sotto lo stesso tetto, tu, la tua ragazza e i tuoi genitori che ovviamente, per il momento, non lavorano né fanno altro che stare con te... nel mentre i tuoi sensi ti tradiscono: effetti collaterali per cui gusto, vista e tatto fanno brutti scherzi. Ma quello sarebbe il meno, inizi a sentire la stanchezza anche se le cose vanno bene. Di “prima” comunque ti manca praticamente tutto quello che ti identificava: i vestiti sono quasi tutti nuovi, le tue cose non ci sono, i capelli nemmeno. Le mura sono spoglie e quando esci di casa e non sai dove sei perché non conosci i posti. Per giunta sei in un quartiere residenziale in cui tutto si rassomiglia e si ripete contribuendo a dare un ulteriore senso di irrealtà alle cose. L'unico tuo mezzo di spostamento possono essere i taxi ed è già molto. Ma non puoi essere lasciato solo e ogni giorno comunque devi andare all'ospedale per farti fare la radioterapia. In tutto questo trova due giorni per scendere a Firenze, tirare il fiato, lavorare, vedere più amici possibile e riparti immediatamente, non prima di aver cercato di riordinare frettolosamente le tue cose. Ieri l'altro ero in una dimensione mentale distorta: un po' per il troppo cortisone che ti dilata le pupille. Una dimensione nella quale non sai neanche quando e se tornerai a casa, non sai quale sia casa tua e sostanzialmente in certi momenti non sai più chi sei... questo succedeva qualche giorno fa. Ora sono qui, tranquillo che tiro il fiato in un reparto d'ospedale... eh già... da ieri infatti la cosa è migliorata da quando mi son risolto e ho realizzato che per i prossimi quattro-cinque mesi non mi muoverò da Milano. Paradossalmente questo pensiero mi ha ancorato a una realtà nuova e confortato non poco. E dunque eccomi qua in questa bella giornata di fine gennaio che a guardar fuori. Verrebbe davvero voglia di uscire e prendersela di vacanza... ma come la gente sana (sana???) deve lavorare io devo curarmi e dunque non ho troppe difficoltà a stare qui. Le notizie comunque sono buone: il ricovero dovrebbe durare 4-5 giorni, il ciclo di chemio dura 3 giorni e non è prevista la puntura lombare. Qui in reparto sono attrezzato al meglio “budellone” è stato settato alla perfezione con musica, film, connessione a internet. Per la prima volta ho “previsto” un ricovero. Il mio compagno di stanza è un alto e anziano idraulico del Nord. Gli occhi azzurri e lo sguardo di chi in fondo sta bene: il suo unico problema è che è leggermente claustrofobico ed è costretto a stare chiuso qua dentro... ma in realtà è tranquillo... chissà perché mi vien da pensare alle colline toscane e alle feste a cui andavo: è un bel ricordo. Sto ascoltando Avril Lavigne che mi ascolto “a scazzo” in macchina quando guido tra le strade tortuose... forse per questo. Avrei voglia di andare a un festa stasera. Vabeh... non che mi perda molto. In reltà non ho mai amato troppo feste e festini vari, però che c'entra... una volta ogni tanto. Comunque il periodo che mi appresto a affrontare forse sarà finalmente buono, sono fiducioso che non ci saranno grossi problemi: mi sbucherelleranno un po' le braccia e basta spero. Ora posso preoccuparmi di come non “essere inutile al mondo e alle mie dita” per citare E. Lee Master e il buon Faber. Ho forse il tempo e il modo di “annjoarmi” un po' che credo sia un gran risultato... anche perché se mi conosco un po' qualcosa da fare lo trovo sempre. Magari entro in ansia perché non mi basta... e comunque posso sempre darmi a quel che sto facendo anche in questo momento: scrivere.
La scrittura è un ottima compagna. Chissà che prima o poi diventi anche un mestiere.
Vorrei comunque parlarvi di alcuni ricordi di questa esperienza di malattia. L'altra volta per esempio ho parlato di “casa” ma non l'ho fatto come avrei voluto... il primo ritorno a casa per esempio: la prima volta fuori dal reparto di Careggi. Com'è che sono uscito? Sapevo che quel giorno mi avrebbero dimesso ma c'è voluto diverso tempo. Sono uscito verso le sei perché una trasfusione non arrivava. Beh non ricordo com'ero vestito ma ricordo perfettamente che i pantoloni mi calavano. Quando ho messo piede fuori dalla stanza non ricordavo com'era l'ambiente esterno perché l'avevo visto solo una volta entrando, Un corridoio su cui si affacciavano diverse porte. Tutte chiuse ovviamente. Per terra il pavimento blu si stendeva davanti a me, i miei passi a scorrere. E in mano? In mano una penna, la mia stilografica verde regalatami il Natale precedente dalla mia dolce metà. In quale mano la tengo? La destra? No..., la sinistra. Simboli e simbologie. La linea di demarcazione della fine del reparto si avvicina. Saluto ancora con la mano infermieri e dottori nella saletta. Proseguo a passi veloci e la penna passa da una mano all'altra... alla fine mi risolvo: la tengo stretta con tutte e due. Ecco... varco la linea rossa di confine tracciata per terra. Sono fuori dal reparto... sono fuori. Fuori. Rido, sono felice, emozionato. Ed ecco che mi chiamano: ho lasciato il pigiama in stanza. “vallo a prendere” tuona mio padre. Non voglio, là non ci rientro... mio padre insiste. Non voglio ma sto per cedere. Non voglio, non ci voglio tornare là dentro. Ho la gamba sospesa per aria sulla linea di demarcazione quando passa un'infermiera. Me lo faccio portare da lei il pigiama ma il piede là dentro non ce l'ho rimesso... non ce l'ho rimesso il piede là dentro e ne sono ancora contento. Scena buffa? Forse. Esco finalmente all'esterno e prima delle scale ma mi devo sedere un attimo. Mi gira la testa e mi metto a piangere. Sono felice. Poi affronto le gradinate. Scendo appoggiandomi a mio padre. Per la prima volta da tempo sento il freddo sul viso, la portiera della macchina si apre e mi infilo dentro. Ricordo ancora la sensazione strana di stare in quella macchina e di vedere la gente fuori... ricordo perfettamente di essermi quasi meravigliato a vedere una donna camminare vicino a un cassonetto della nettezza... “qualcosa di così sporco!” E le luci, tutte quelle luci, fari, catarifrangenti, che si muovevano... e la strada che va. Arrivo e mi aiutano a scendere. Finalmente varco la soglia di casa. Che faccio? Mi guardo intorno stranito, non so cosa fare. Mi vado quindi a sedere sul divano nel salotto. Sono là, da solo in silenzio che mi guardo intorno. Ho ancora addosso il giaccone verde e i miei occhi si posano sulla pipa davanti a me... “la potrei fumare” penso... poco conta che non l'abbia fatto. L'avrei potuto fare. E rimango là, cinque minuti come un cretino a guardarmi intorno pensando a quello che potevo e non potevo fare, senza in realtà realizzare a pieno. “Cosa posso toccare senza pericolo?” Finché qualcuno non ti dice... “beh... non ti spogli?” e tu torni a te stesso. Blog strano stasera forse... ma d'altronde viviamo in giorni strani fatti di crisi politiche... loro nel palazzo e noi a continuare la lotta. Noi nei nostri palazzi, nelle nostre strade, nelle nostre piazze. Io nel mio ospedale. Forse sto tirando un po'di somme stasera in questo giorno di vita tranquilla vita. Sto bene, mi manca solo di stare nella mischia fiorentina: un ottimo segno. Già... sto iniziando a pormi il problema di me nei confronti del mondo esterno e della società in questi e nei prossimi mesi di malattia: spero che mi arrivino i libri per studiare al più presto così preparo la tesi e quest'estate sarò dott. Giulio Jay Bogani. Ehehhe.
Per ora vi saluto
G.J.B.

Eccomi dunque a metà di questa giornata uggiosa. Era diverso tempo che volevo scrivere e ancora non ho trovato il modo giusto di farlo, sperando che questa sia la volta buona.
Dovrei dunque iniziare con il parlare della mia attuale vita milanese, di questo capoluogo lombardo che ancora stento a capire. La città affossata dalla nebbia e dalla coltre grigia che sembra caratterizzarla sembra celarsi dietro a un senso di indefinitezza. Di pianeggiante indefinitezza potrei quasi aggiungere.
Non so bene spiegare cosa sia che consegna questo senso impalpabile alle mie giornate, sicuramente il mio dover presentarmi ogni giorno in ospedale contribuisce non poco a un certo senso di smarrimento...
Già, e dunque iniziamo proprio dall'ospedale: il San Raffale. Questo grande centro che mi accoglie ormai quotidianamente si staglia a poco più di un kilometro dalla mia nuova dimora. Ad arrivare in macchina ci vogliono meno di cinque minuti dopodiché un parcheggio laterale e infine ancora qualche centinaio di metri e una rampa di scale porta all'entrata principale posizionata nel primo livello del sottosuolo.
Non mi è ben chiaro il motivo di tale scelta architettonico-logistica comunque sia è da notarsi che la struttura è in evidente ampliamento visto che d'intorno allo spettatore, nella piana, svettano gru e alti scheletri di futuri reparti.
Il mio reparto, ovvero quello di ematologia è diviso tra il sottosuolo (piano -1) e il secondo dove in realtà si svolge praticamente tutta l'attività (a parte i tristi aspirati del midollo che si fanno al sottosuolo)... Insomma è al secondo piano che vai se vuoi parlare con i dottori o con gli infermieri, là vai se ti devi far trasfondere e così via. E dunque parliamo anche un po' delle persone che fino ad ora mi è capitato di incontrare. Allo stato delle cose, per esempio, pare evidente che di me si prenda cura un giovane medico di nome Fabio Giglio, con il quale mi sembra di aver instaurato un ottimo rapporto. Sempre disponibile, chiaro, diretto Fabio (poiché ci diamo del tu) avrà un'età imprecisata che si deve aggirare intorno ai trentacinque anni, si erge magro nel camice azzurro e nella sua altezza con un grande “cesto” di capelli ricci. Occhiali di celluloide neri piantati su un naso deciso e un bel sorriso gli coronano un'espressione che a me viene istintivamente simpatica. Poi ci sono le infermiere, gentili, attente e comunque abbastanza riservate. Ancora non ho avuto modo di conoscerle troppo bene. Ricordo in questo momento in particolare solo Nelly, bionda sulla quarantina di chiare origini francesi che ti parla con il suo accento inconfondibile mentre si cura di pulirti un catetere piuttosto che della chemioterapia.
Infine, frequentazione assidua di questi giorni, c'è la mia radioterapista: biondina milanese di appena un anno più di me di cui colpisce subito il modo diretto e schietto di approcciarsi. Ti guarda ben fisso dal basso dei suoi occhialini da naso dritto, che gli rendono, forse ingiustamente, un fare severo. Dico forse ingiustamente perché cerca quasi sempre di accompagnare la conversazione con un sorriso, che in realtà, a mio avviso, poco le si addice.
Per ora le mie conoscenze milanesi vanno poco oltre queste persone: il resto dei rapporti si è consumato per la maggior parte tra taxi e botteghe, che comunque non hanno lesinato sorprese e considerazioni. Se infatti questi ultimi giorni ho scritto poco (e mi devo-dovete perdonare per questo) il tutto è stato dovuto al fatto di cercare di uscire, o per lo meno di comprendere, questo senso di spaesamento dal quale mi sento comunque avvolto.
Uno spaesamento che si basa su diversi tipi di percezione: innanzitutto spaziale. In effetti qui è tutto incredibilmente piatto. È piatto il paesaggio, poiché non si vede collina o altura sulla quale si arrampichi albero, bosco, o montagna dietro alla quale si nasconda il sole. (Quanto mi manca il mio appennino!). E' piatto il tempo tendente sempre al grigio e pare piatta la città stessa sospesa in una nuvola ininterrotta di negozi, abitazioni e produttività. Ciò che infatti va evidentemente a braccetto con l'impianto urbano è la sua vocazione produttiva. Qui si fa, si fabbrica, con evidenti conseguenze su ogni piano: a iniziare dall'eccellente puntualità che contraddistingue la vita fin ora riscontrata. Mi chiedo se ciò non rischi di portare le persone a sentirsi eccessivamente al centro di una frenesia immotivata fatta forse, nel peggiore (e non infrequente) dei casi, di una certa boria al milanese. Quasi come se ci fosse bisogno di dimostrare la propria individualità, la propria milanesità. Non è raro trovare un milanese che tenga un'aria sicumera, certa di rapporti sociali ben definiti, scanditi ovviamente dal denaro. Come se questa Milano, sicuramente superficiale che mi sono trovato davanti mi volesse dare fin da subito l'idea di una città ricca. E poiché la ricchezza non è storica o monumentale allora risulta evidente che essa vada esibita in altro modo. A partire dai vestiti, dalla moda, dalla distesa di vetrine e negozi che ricoprono, invadono un centro cittadino, altrimenti abbastanza vuoto, in cui camminano i nostri milanesi. Già, essi sono o paiono essere i padroni della città almeno quanto i turisti lo sono di Firenze. La cosa particolare è che sembrano ripeterselo l'un altro che son padroni di questa città, di questo stile di vita, di questa grande marca: “Milano... Milano... Milano”. Gran parte degli esercizi hanno il nome della città al loro interno: qui non c'è “caldaie”, ma “Milano caldaie”, non “beauty-center” ma “Milano beauty-center”... e allora ecco spiegati facilmente i nomi delle varie “Milano2”, “Milano3” che tanto suonavano strani al mio orecchio toscano. La cosa particolare e che al mio occhio difficile e polemico tale roboante fierezza appare del tutto immotivata e a volte perfino stucchevole. Non so per esempio di preciso che effetto faccia ai nostri milanesi il fatto di sentirsi dire, con totale sincerità, da me e la mia dolce metà che le cose qui costano poco rispetto che da noi... La faccia meravigliata è di rito, e ieri un tassista ha esordito con un “ma Milano è una delle città più care del mondo”... Forse sarà pure così, però io di saldi effettivi che vadano dal 50 al 70 a Firenze non ho mai avuto il bene di approfittarne, a meno che non si trattasse di svendite di negozi assolutamente non centrali. Qui invece pare essere la regola. Curiosa appunto la reazione quando si parla dei prezzi come se non fosse ben concepibile qualcosa di più caro e quindi di più ricco. Ed è forse curioso anche che io stesso in queste righe parli di soldi, acquisti e cose del genere come mai fatto prima d'ora... Effettivamente mi rendo conto che la morsa produzione-consumo pare essersi stretta intorno a me come poche volte prima d'ora... una morsa aperta con il famoso acquisto dello splendido loden a doppio petto blu che continua a starmi benissimo e ancora non del tutto chiusa. Non capisco bene ancora come funziona ma avverto chiaro in me un meccanismo insano che mi dice: “acquisto quindi esisto”... una molla scattata forse un po' anche perché effettivamente il centro cittadino non offre molto altro, un po' perché la stagione “di saldi” è propizia un po' credo effettivamente indotto dallo spirito cittadino. Uno spirito che però scommetto cela molto altro, dov'è quella Milano della cultura? Quella che non emargina i figli degli immigrati negli asili? Quella sì, della Scala, ma anche appunto della vita non degenerata nella così detta “Milano da bere”... già... la “Milano da bere” come non ricordarla in questo scritto odierno? Per chi, per motivi vari non rimembrasse bene, la “Milano da bere” è un espressione che viene da un noto spot degli anni '80 nel quale si rappresentava una vita felice e rampante, fatta appunto di agio e produzione: “la bevanda di una città che non dorme mai” mi sembra recitasse una delle frasi ripetute dalla pubblicità. Per poi appunto chiudere con il celebre motto “una Milano da bere”... Milano dunque intesa come modello immaginifico della perfetta città liberista e capitalista italiana. Un'immagine che tuttavia non mi convince in pieno, continua a non soddisfarmi come se fosse troppo apparente, troppo facile. Ho l'impressione di correre il rischio di non coglierne appunto un altra essenza: quella più intima, dei quali i suoi cittadini sembrano essere molto gelosi e molto parchi. Troppo facile limitarsi a ridersela alle spalle delle signore ingioiellate e impellicciate che sfilano agli angoli delle strade. Troppo facile dare una valutazione superficiale in cui ti dici “ecco questi si sentono i nuovi ricchi, e come tali si comportano”. Non che in tutto questo non vi sia qualcosa di vero, però... c'è un “però” che continua rodermi e che non si svela ovviamente: altrimenti finisce il mistero, che invece inizio adesso a assaporare. Peccato non avere ancora quella libertà di indagine che mi garantisce Firenze. Comunque sia credo che alla fine il dedicarsi a questo “mistero” sia il reale motivo per il quale non ho ancora né scattato una foto, né ho scritto molto in questi ultimi giorni... dovrete aver pazienza
Ah l'ultimo pensiero va a voi ovviamente i miei lettori e le mie lettrici e a chi mi scritto via email. Alla scrittura appunto che ho trascurato in quanto spaesato. Trascurato non tanto volutamente quanto piuttosto in un modo impercettibile, quotidiano. Il frutto per ora è stato questo... spero che ne sia valsa la pena, adesso mi metto a rispondere a un po' di posta in arretrato.
Un bacio
il vostro
Giulio J. Bogani
Per motivi tecnici (delle solite compagnie telefoniche) voi vedrete prevedibilmente pubblicato questo scritto solo domani, ma io lo scrivo adesso.
È quasi passata un'altra Epifania in quel di Milano2 e la notte ammanta le case. Tra queste anche quella dalla quale vi sto scrivendo in questo momento, piccola e confortevole abitazione nella quale sto condividendo i giorni con la mia dolce metà e i miei genitori.
Effettivamente il fatto di non aver dovuto subire l'ennesima “lombare” mi sta rallegrando non poco, non ho mal di testa e riesco a condurre una vita praticamente normale, scandita sì dai tempi delle medicine, ma pur sempre inframezzata da qualche passeggiata e da lunghe partite a carte. Per altro anche il paesaggio nei dintorni è stato reso nei giorni scorsi ancor più ameno dalla discesa di un lieve manto di candida neve che ormai comunque è quasi del tutto disciolto.
E dunque eccomi qua, disteso sul letto e protetto oltre che dalle pareti bianche di questa nuova dimora, dall'affetto che esse racchiudono. Ma per non perdersi in troppe smancerie vi dirò quali potrebbero essere i possibili programmi del vago avvenir che in mente ho. Diciamo dunque che adesso, fatti questi due giorni di chemioterapia in day-hospital, posso stare a godermi un bel po'protetto l'abbassamento e la ricrescita dei miei valori (globuli bianchi, emoglobina, piastrine)... sperando di non aver troppo bisogno di trasfusioni e simili. Nel mentre mi faccio le mie brave sedute (10 o 12 a partire da mercoledì) di radioterapia che dovrebbero durare circa 30 secondi a seduta... Coomunque le sedute dovrebbero essere quanto basta comunque per arrivare al 23 di gennaio, data in cui dovrebbe essere previsto il nuovo ciclo di chemio, stavolta più pesante, tanto da dover richiedere qualche giorno di ricovero... beh al 23 c'è tempo quindi ci penseremo.
E parliamo invece della vostra non eccessiva partecipazione che invece contraddistingue in questi giorni il blog... Mi spiace, ma mi avete abituato male, non sapete il piacere di leggervi e di vedere che pure tra voi interagite e vi divertite... comunque vabeh, fate voi però vi ricordate quando si trovava 10-12 commenti? A me piaceva tanto...
Insomma, tutto questo per dirvi che non ve la meritereste, ma che effettivamente stasera vi passo anche quanto scrissi qualche tempo fa a proposito della radio. Mi capitò di scriverlo quando ero ancora confinato nella vecchia sistemazione di Milano2, quella specie di metà tra un monolocale e una camera da letto che qualcuno continua a chiamare con boria anglofona “residence”.
Sarà stato circa una ventina di giorni fa quando Anna B. organizzò una splendida cena in mio onore “a distanza”. Come ho avuto già modo di scrivere ai tempi, fu proprio un bel regalo poter sentire una dopo l'altra, in una specie di staffetta telefonica, le voci di tanti amici vecchi e nuovi. Tra le altre persone che mi sono state passate vi è anche una ragazza che lavora a ControRadio (Monica), che legge il mio blog, ma che io non ho mai avuto il bene di conoscere direttamente. E allora ho iniziato a scrivere questo, che per giunta a leggere adesso mi risulta pure abbastanza banale (per lo meno l'inizio)...
Cos'è la radio se non quella scatola illusoria che accendi in macchina, mentre stai per gettarti nel traffico di un nuovo impegno o magari tornando stanco a casa, in previsione di un pasto, un divano o un letto? La radio non è solo una voce, forse innanzitutto sono le tue, le mille orecchie degli ascoltatori. E che dire allora di quando la voce dello speacker si frappone ai silenzi dei passeggeri, che chiusi nelle loro bocche sbarrate si lasciano andare ai loro più personali collegamenti di pensiero? E quando ancora una canzone si sovrappone ai silenzi di un piccolo litigio?
La radio non può nella mia immaginazione essere scissa dall'abitacolo della macchina. Quante volte risalendo l'incanto di una statale, rilassati da una giornata senza fretta ci sarà capitato di svoltare e il segnale del brano che ti stavi gustando nella sua pienezza inizia d'improvviso a farsi meno chiaro? Mentre continui e ti appresti alla prossima curva la voce arriva sempre meno chiara, l'inizio del ritornello è ormai irrimediabilmente grattato. Qualche metro ancora e la frequenza svanirà così com'è apparsa lasciando spazio a altre voci, altre frequenze.
La radio... la stessa che quando non trovi quel che ti aggrada, allora proprio non è giornata e inizi a cambiare stazione di continuo in una spasmodica ricerca, come di sé stessi, come di un vestito che ben si intoni a quel tuo momento. Per ovviare al problema i costruttori degli apparecchi radiofonici hanno inserito di solito la possibilità di memorizzare cinque o sei stazioni preferite. Così c'è chi mantiene sempre le stesse frequenze che: “almeno si casca in piedi”. In genere in questi casi si tratta di “stazioni a tema” che passano solo un genere di musica come musica classica o musica rock.
Adesso è un bel po' che non ascolto la radio, l'ultima volta è stato durante il viaggio di ritorno a Firenze, quello del 24 Dicembre, che ho affrontato con gli auricolari nelle orecchie attaccato a una radiolina che ovviamente tutto faceva tranne che tenere le stazioni per più di 5 secondi... ma, sarà stata l'aria del ritorno o chissà cos'altro, io mi sono divertito uguale...
il vostro
Jay.
Secondo il maestro di Zenone, Parmenide, la vera essenza della realtà è eterna (in cui coesistono presente, passato e futuro). Quindi il mutamento e lo spostamento sarebbero solo mere illusioni degli esseri umani.
Anche Platone è stato influenzato da questa concezione. Secondo la sua celebre definizione il tempo è "l'immagine mobile dell'eternità". Per Aristotele, invece, è la misura del movimento secondo il "prima" e il "poi", per cui lo spazio è strettamente necessario per definire il tempo. Solo Dio è motore immobile, eterno ed immateriale.
Secondo S. Agostino il tempo è stato creato da Dio assieme all'Universo, ma la sua natura resta profondamente misteriosa, tanto che il filosofo, vissuto tra il IV e il V secolo d. C., afferma ironicamente: "Se non mi chiedono cosa sia il tempo lo so, ma se me lo chiedono non lo so". Tuttavia S. Agostino critica una concezione del tempo aristotelica inteso come misura del moto (degli astri): nelle "Confessioni" afferma che il tempo è "distensione dell'animo" ed è riconducibile a una percezione propria del soggetto che, pur vivendo solo nel presente (con l'attenzione), ha coscienza del passato grazie alla memoria e del futuro in virtù dell'attesa.
è fondamentale la definizione di Isaac Newton (1642-1727), secondo il quale il tempo (al pari dello spazio) è "sensorium Dei" (senso di Dio) e scorrerebbe immutabile, sempre uguale a se stesso (una concezione analoga è presente nelle opere di Galileo Galilei). Degna di nota è la contesa tra Newton e Leibniz, che riguardava la questione del tempo assoluto: mentre il primo credeva che il tempo fosse, analogamente allo spazio, un contenitore di eventi, il secondo riteneva che esso, come lo spazio, fosse un apparato concettuale che descriveva le interrelazioni tra gli eventi stessi. John Ellis McTaggart credeva, dal canto suo, che il tempo e il cambiamento fossero semplici illusioni.
È stato il filosofo tedesco Immanuel Kant a cambiare radicalmente questo modo di vedere, grazie alla sua cosiddetta nuova "rivoluzione copernicana", secondo la quale al centro della filosofia non si deve porre l'oggetto ma il soggetto: il tempo diviene allora, assieme allo spazio, una "forma a priori della sensibilità". In sostanza se gli esseri umani non fossero capaci di avvertire lo scorrere del tempo non sarebbero neanche capaci di percepire il mondo sensibile e i suoi oggetti che, anche se sono inconoscibili in sé, sono collocati nello spazio. Quest'ultimo è definito come "senso esterno", mentre il tempo è considerato un "senso interno": in ultima analisi tutto ciò che esiste nel mondo fisico viene percepito e ordinato attraverso le strutture a priori del soggetto e ciò che, in prima battuta, viene collocato nello spazio viene poi ordinato temporalmente (come dimostra la nostra memoria).
Un altro grande progresso del pensiero è stata la formulazione della teoria della relatività ("ristretta" nel 1905 e "generale" nel 1916) di Einstein, secondo la quale il tempo non è assoluto, ma dipende dalla velocità (quella della luce è una costante universale: c= circa 299.792,458 Km al secondo) e dal riferimento arbitrario che si prende in considerazione. Secondo Einstein è più corretto parlare di spaziotempo, perché i due aspetti (cronologico e spaziale) sono inscindibilmente correlati tra loro; esso viene modificato dai campi gravitazionali, che sono capaci di deflettere la luce e di rallentare il tempo (teoria della relatività generale).