Sono uno studente universitario. Non è importante il mio nome, e neanche la mia età. Sono uno studente e questo basti. Non mi interessa parlare del motivo per cui sostengo le idee di chi difende l'istruzione, l'università, la ricerca. Mi interessa invece parlare di ciò che stiamo dimostrando con le nostre piazze, le nostre lezioni in piazza. La piazza è luogo di incontro innanzitutto, di scambio di idee, di dialogo. La piazza non nega l'esistenza del diverso e non ha clandestino. Ma soprattutto la piazza, questa piazza non solo è pacifica, ma estremamente civile. Noi, inteso come un “noi” generico da sociologia spicciola, non siamo pericolosi rivoluzionari, e personalmente non credo affatto di cambiare il mondo, purtroppo. Non ora, non qui. Lo posso cambiare magari con lo studio, con il lavoro che andrò a fare, con un modello di società che andrò a proporre. È per questo che noi manifestiamo il nostro dissenso. Perché ci vogliono togliere questa possibilità. Quando prima si lottava, si voleva aggredire una società borghese. Noi no. Noi, onestamente siamo i figli, i prodotti, di quella stessa società borghese. E che facciamo, manifestiamo contro noi stessi? O contro i nostri genitori che chi ci mantengono gli studi? Ma non rinunciamo a quelle stesse parole d'ordine “borghesi”: liberté, égalité, fraternité. In questo senso allora sì, siamo rivoluzionari. Siamo giacobini o forse siamo la base dello Stato liberale moderno. Uno Stato che in Italia è più in crisi che altrove e che noi difendiamo e difenderemo strenuamente. La nostra Piazza non attacca, non vuole essere violenta, e non lo è. Questo ci differenzia profondamente dai nostri “genitori” scomodi del '68 o del '77. Come mi differenzia il fatto che rispetto a mio padre io probabilmente non avrò la pensione, difficilmente avrò ferie pagate e la mia ragazza potrebbe facilmente essere licenziata nel disgraziato caso rimanga incinta. Ma perché devo permettere che si tolga la possibilità di studiare, e conseguentemente di essere un essere un cittadino consapevole, a quel disgraziato figlio? Distruggere l'univesità e la ricerca in un Paese, o permettere che essa sia appannaggio di pochi, non è solo un attacco alla mia persona e ai miei diritti, ma anche a quelli di chi ci seguirà e questa è la cosa più grave. Noi non manifestiamo per noi stessi. E non manifestiamo per cambiare il mondo. Ma manifestiamo tanto educatamente, quanto fermamente, per il diritto a un futuro, a una società possibile. Manifestiamo per difendere il diritto alla nostra libertà nel suo significato integrale: “cioè di autonomia spirituale, di emancipazione della coscienza, nella sfera individuale; e di organizzazione della libertà nella sfera sociale (...). Senza uomini liberi, nessuna possibilità di Stato libero.” Per dirla con le parole di Carlo Rosselli, pericoloso rivoluzionario, o forse, pericoloso antifascista.
G.J.B.
giovedì 30 ottobre 2008
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3 commenti:
I "commentatori" mi sembrano un po' latitanti. Certo gli impegni in questi giorni non mancano e il fatto che Giulio sia a Firenze e che molti presumibilmente lo incontrino allenta un po' la tensione. E poi stiamo mettendo via i soldi e facendo pubblicità alla cena del 21, vero?!
Ciao Anna M.
essentiE' vero, io per prima,anche se non manco di fare regolarmente visita al blog, ho perso "la parola", ma mi ha colpito vedere scritto quello che con rammarico penso:adesso la lotta è per mantenere,non per cambiare, e il modello di società da proporre quale può essere? Mi viene in mente subito una cosa: una decrescita responsabile dei consumi e delle ambizioni inutili,ed ora più che mai libertà in tutti i sensi, per esempio dallo stile di vita pian piano, subdolamnte, imposto dalle leggi economiche,uguaglianza di opportunità, tolleranza consapevole e compassionevole per gli altri da noi.
Aspetto curiosa la cena,un bacio
Patrizia C.
p.s. essenti era la parola per pubblicare, ch ci fa all'inizio del commento? ma?............
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