Eccoti in viaggio il treno che parte. Il treno che ti lascia alle spalle il treno che ti affronta e di sdradica. Un treno vale un altro e mentre parti lasci tutto interrogativo in caso, caos continuo e quindi ordinato. E te ne stacchi non fai più parte delle forze centrifughe e centripete che invece paiono assorbirti ogni giorno. Come un ladro ti divincoli tra i legacci, tra i legami colto sul fatto dalla duplice natura umana incapace di indipendenza e terrorizzata dal vincolo. E per non farti peso, per non sentirti terrorizzato e terrorizzante tu stesso allora fuggi, chiami la maschera definita a esorcizzare la paura. Paura ora tua per te stesso, ora tua per l'altro, ora dell'altro per te. Che in fondo è sempre la stessa.
In nome poi di una libertà, della libertà semplice e quindi assoluta di dire no. Con il rischio di dimenticare o ignorare in fondo quel che avrebbe significato, la scelta opposta, un sì faticoso. Un gran casino se non la si vede da un ottica leggermente distaccata, la stessa che ci permette di farne ironia e di recitare una frase storica da dopocena. Ma non si può far finta di niente e voltare la testa in fondo. No, non si fa, non è nelle nostre corde, nelle nostre scelte. Eppure, eppure viversi il momento sottende a una preposta non responasabilità e un non rapporto condiviso e accettato. E un rapporto così corrisponde alla libertà sottendendo in parte al non impegno, alla via di fuga. O semplicemente al pericolo di annoiarsi. Difficile però vivere o viversi diversamente se in fondo ti accorgi che in buona parte anche tu sei fatto così. E ti rimane addosso quella sensazione di malinconia, quella della ricerca in cui ti capisci perfettamente preso continuamente tra rinuncia e rilancio, tra legaccio e libertà. E dunque segui, con occhio vigile, pronto ma non distaccato lo svolgersi degli eventi. Ti adagi in balia di una tempesta che in fondo hai capito non puoi controllare e dunque non rimane che dichiararti: ora reduce, ora naufrago e accettare che per non strappare le vele è meglio ammainarle. Ma la bandiera mai, quella ben alta sul pennone che sia in fondo chiaro che tu in questo trascorre di giorni, in questa burrasca traballante sei un partigiano. Eletto tuo malgrado capitano d'un guscio di noce che puoi solo sperare che non ti tradisca. E allora il tuo corpo si fa uno scafo e cosa i corpi altrui, gli scafi altrui? Fides, fiducia e confidenza, preso perso tra un salvagente, un flutto, un flusso. E la certezza che per stare con il vento non lo puoi acchiappare ma al massimo puoi cercare di spiegare le vele, tirar fuori le ali e sperare di non essere un pollo. Quando poi non sei vento tu stesso o magari il vento soffia contro. Sei preso in fondo tra il selvatico e il domestico. Dove il domestico è la casa e il selvatico la selva nella sua naturale selvaggia complessità dova nessun albero è ugale all'altro e allora a cercarne di alberi diversi e di piante curative. Il bosco con i suoi abitanti le sue creature. Driadi e spine e in fondo al bosco forse il drago. E dietro il drago? La principessa? E la principessa trasformata in ghisa dall'incantesimo della strega crudele. Dove la ghisa è un materiale fragile e duro e al tuo bacio ti chiedi se si trasformi in carne. In fondo hai affrontato il drago. E la baci e soffia il vento e le labbra si fan petali e volano via. La metamorfosi è avvenuta ma mai come ti aspettavi e ancora una volta insegui il vento e corri e batti le braccia e scuoti le ali e fatti rondine allora. E sparisci per l'inverno e mangia l'insetto. E il tuo grido, il tuo stridere in cielo assomiglia in fondo a quello del treno sulle rotaie. Il treno frena, mentre sto arrivando a Bologna. Mi chiedo il nido di rondine sotto le grondaie e le tre ragazze francesi ancora là, non ci vuole molto per capirne la vacanza che traspare dai gesti. E i gesti rimandano a occhi a simboli, e pensi alle tue canzoni. E cavalchi il tempo senza l'orolgio alla ricerca del come senza il quando e il dove. Tralasciando in fondo che sei solo in treno nel vagone ristorante a guardare rapito tre ragazze che parlano francese. A osservarne le convenzioni e ascoltarne il diverso parlato. O semplicemente incuriosito tanto per passare il tempo, un modo come un altro per farti i cazzi tuoi, in cui osservare diventa un sistema di astrazione e di riflessione sull'insieme dei tuoi pensieri che in fondo ti circorda e si fa tuo bagaglio. Quel che porti con te, il cellulare, gli spiccioli sul tavolo. Quel che hai sparso davanti e nella testa quel che dà senso al tuo pur breve momento di viaggio.
G.J.B.
P.S. che ancora non ha riletto quel che ha scritto...
martedì 9 settembre 2008
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6 commenti:
Ciao, Giulio ... e ciao a tutte le tue fan, quelle che "conosco", come Anna e Patrizia, e quelle nuove come Giulia R.
Aspettavo ansiosa la possibilità di commentare i contributi al tuo penultimo post che mi hanno toccato.
Capisco perfettamente Patrizia che parla della "frase che colpisce". Dico ad Anna che, secondo me, è meglio essere inflessibili da giovani e flessibili da "meno giovani" che l'inverso (e aggiungo che NON CONCEPISCO un giovane che si sente rappresentato dalla destra oppure DAI REPUBBLICANI USA).
E mi complimento con Giulia R. e la ringrazio per le sue parole riguardo alla flessibilità verso se stessi - mica roba da poco.
E a te, caro Giulio? Bè, oggi dico soltanto che leggerti sembrava leggere una poesia ... con un ritmo incalzante che mi faceva sentire come fossi in treno io stessa.
Mica roba da poco.
un sentito saluto a tutti!
laura
Un bel pezzo di prosa. Ti invidio un po'. No mi dispiacio con me stesso per la mia pigrizia perhcé non ho mai dato il via a tutti i miei pensieri. E sì che sono sicuro di riuscire a fare almeno altrettanto bene. Ma, si sa, è meglio restare dei pigri presuntuosi piuttosto che rischiare di fare delle brutte figure.
E invece bisogna sempre mettersi alla prova..chissà!!
Caro Giulio,
ho letto d'un fiato, riletto, assaporato. C'era qualcosa che mi colpiva di lato, senza definirsi appieno, una velatura che aggraziava quel che leggevo. Poi ho capito (o almeno penso di aver colto): è uno stile che si autogenera, in cui le immagini producono polloni di altre immagini che a loro volta fruttificano. Ecco, uno stile di continua autogenesi, che mi ricorda certe cose di Manganelli, ma più limpido ovviamente.
Insomma, bravo.
Su quel che dici e sulla dicotomia che ci affligge poco ho da aggiungere. Il sentimento di indipendenza convive con la paura della solitudine (traduco in soldoni), è vero. Non mi sono mai liberato di questa sorda consapevolezza, che non si spegne mai, neppure nei momenti in cui con ottimistica (stolida?) euforia pensavo di averla superata. Ora mi ricordi, e conforti, che appartiene a tutti. È un bel modo di darsi la mano. Grazie.
ilproffe
Ciao Giulio,commento senza leggere...ho sonno,stampo e leggo domani....solo per farti un saluto notturno!! Emanuela
Ciao, Giulio.
un piccolo saluto prima di consegnarmi (spero!) nelle braccia di Morfeo. Per fortuna ho un buon libro.
Volevo soltanto dirti che io ti sto pensando, che tutti noi ti stiamo pensando.
un grande abbraccio.
laura
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