venerdì 5 settembre 2008

5 settembre - da San Domenico

Sono stato fino ad ora a guidare la macchina per la città. Notturno passando presente ma non visto tra motorini, automobili, in un traffico cittadino ed ogni macchina un guidatore e quante storie e quanti guidatori. Che parlano il linguaggio non scritto d'un unica strada e si trovano per un attimo a condivivere un incrocio, una via una corsia. Interagendo pur senza conoscersi. E lo strumento di quell'attimo allora è un freccia, un pedale e il finestrino accanto che chissà cosa ti dice, chissà chi guida. Ed eccomi finalmente adesso come in una spettacolo. L'atmosfera notturna di San Domenico mi fa compagnia, a un tavolo di un bar. Whiskey e un sigarino. Due boccate di fumo e all'interno del bar che parlano dell'abbigliamento di una ragazza. Il cameriere ascolta poco interessato e aspetta chiusura nella sua camicia bianca e nei suoi pantoloni neri. E tu? E tu sei andato a osservare la città, a distrarti gli occhi dagli altri occhi. Mentre guidi ti fai accompagnare dai tuoi pensieri. Ora invece la coppia alle tue spalle si alza e va via, scorrendoti accanto. E adesso cerchi di far due conti come a guardare le strade dall'alto, quando tutto torna o sembra esser dato. Quando ammiri quel disordine consueto facendo finta per un momento come di non farne parte. L'atrazione delle luci, delle macchine dei colori e... e tutto assume l'altra dimensione come quando sei dilaniato e il dubbio si propaga tra la tua idea e ha la forma d'un calice di vino rosso, d'un altro bar e d'un futuro di cui ti senti reduce. E allora cerchi di difendere la tua solitudine, il tuo saper star solo con dignità e il tuo coccolare te stesso. Ma sai che in realtà questa è solo la risposta interlocutoria a un desiderio altrettanto ampio che chiama altri occhi, altre labbra. E dunque ti chiedi, la domanda si fa varco nella tue mente e la tiene sveglia, ricettiva. E capisci come solo la tua capacità di essere flessibile in fondo ti salvi. E poi sai in realtà come a azione corrisponda un azione uguale e contraria e allora? E allora eccoti appunto al tavolino del bar, stai bene in fondo e sei apposto con te stesso. Il cameriere s'è acceso un altra sigaretta e alla fine ti fa simpatia. Non importa... anche tu ci sei.

G.J.B.

8 commenti:

Anonimo ha detto...

Come spesso succede mi ha colpito soprattutto una frase: la capacità di essere flessibili è una risorsa preziosa, una grande conquista se non la si
Patrizia C.

Anonimo ha detto...

Come spesso succede mi ha colpito soprattutto una frase: la capacità di essere flessibili è una risorsa preziosa, una grande conquista se non la si possiede innata (ma è difficle)un'ancora conla qulae mettere in sicurezza il proprio io vacillante magari un po' smarrito, ma sempre consapevole.
( era sparita una parte e l'ho aggiunta)

laura freeman ha detto...

Ciao, Giulio. Quanti occhi nuovi ci regali! Grazie.
Ah ... l'esserci. L'esserci con tutto il tuo essere. Mica facile.
I contrasti ... dall'orrore della solitudine alla sua difesa.
Vorrei anch'io l'ancora di Patrizia.
un rapido ma molto affettuoso saluto.
laura

Anonimo ha detto...

Ciao Giulio, da quando scrivi da Fi e ti penso in giro con amici o a goderti whisky e sigarino in qualche bar, mi sembra che scriverti sia farti perdere tempo. Del resto immagino che i progetti che stai per realizzare ti impegnino abbastanza e mi auguro che tu riesca a goderti un po' di ozio estivo.
Da giovane non ero affatto flessibile, anzi! (puoi chiedere ai miei amici); ora mi sembra di esserlo di più. Meglio di sicuro per gli altri, ma per me?
Un bacio, in attesa di vederti presto. Anna M.

Anonimo ha detto...

Sempre della flessibilità.
Perchè Anna ( di cui ricordo bene le intransigenze giovanili)mi ha fatto ulteriormente riflettere.
Per me flessibilità vuole dire essere aperti a variabili e possibilità diverse dalle mie aspettative,estranee al mio sentire, al mio modo di essere.
Vuole dire riflettere, cercare di capire,impegnarmi a cambiare il mio punto di vista,accettare quello che in nessun modo può essere cambiato.
Il tutto non è facile ed immediato ( Anna conosce bene la mie cadute)ma è comunque per me, adesso, assolutamente necessario e proficuo.
Un abbraccio
Patrizia C.

Anonimo ha detto...

Gli stati di "debolezza" fisica e conseguentemente psichica, insegnano un tipo di flessibilità diversa da quella dell'immaginario collettivo: è una flessibilità verso te stesso che ti insegna ad accettare quello che viene per come è senza tante storie, perchè se già viene qualcosa significa che sei vivo.
Allora ti godi un viaggio in treno, che prima non ti avrebbe dato le stesse emozioni, una passeggiata in macchina, ed un whisky con sigarino, rischiando, forse, anche un po' della tua salute. Ma chi se ne frega, se nel frattempo ti senti vivo!
Ho imparato che flessibilità è apririsi verso gli altri, ma soprattutto verso se stessi: è più facile accettare un difetto altrui che un impedimento proprio. E quando la vita ti costringe a modificare le tue abitudini, rischi di essere un po' rigido con lei, come lo saresti con una figlia che cresce diversamente da come l'avresti voluta. Ma è tua figlia, è la vita che avanza, e usando la ragione, ti fletti intorno ad essa, sapendo che il contrario sarebbe pressocchè impossibile...
Giulia R.

Anonimo ha detto...

L'argomento mi coinvolge, molto, e pertanto saluto Giulia? che non avevo mai incrociato e che della flessibilità parla in modo interessante forse frutto delle sue esperienze, ed allora ecco una mia nuova osservazione: la flessibilità nasce comunque da esperienze dolorose ed una sua componente è l'accettazione, un suo dono è la capacità di essere più attenti, più presenti, senza più niente sprecare e anche di cose "normali"godere.
Patrizia C.

Alex ha detto...

E ora che te ne vai a giro per Firenze a goderti il fresco notturno (si fa per dire)e a nottambulare per i locali godendoti la vita? E questo non si fa per dire, perché sono d'accordo con te, e con Epicuro, che i veri piaceri aono quelli che non comportano fatica per raggiungerli. Certo proprio perché non comportano fatica va a finire che li perdiamo di vista e quindi, per non perderli di vista bisogna fare un po' di fatica, acquisire quella flessibilità che normalmente ci manca (parlo per me). Dire a questo punto che sant'Agostino va d'accordo con Epicuro? Forse sto complicando troppo le cose, forse per colpa dell'atmosfera delle vacanze che se ne sta andando e del'idea che qualcosa devo pur fare oltre che guardare i tramonti (le albe no, non c'è pericolo).