domenica 28 settembre 2008

28 settembre - fin troppo di filosofia da domenica pomeriggio

Quello che cerco di tenere quando sto in questo mondo è l’equilibrio. L’equilibrio in ogni senso è a mio avviso la chiave di ricerca continua che sostanzialmente contraddistingue l’essere umano. E la sua ricerca, la sua persecuzione, nel bene e nel male riguarda tutti. Ora è evidente tuttavia come l’equilibrio sia solo un illusione, come una retta immaginaria che ci portiamo dentro e che tentiamo costantemente di seguire e perseguire sapendo tuttavia che esso è impossibile, poiché il disequilibrio stesso è la concatenazione degli eventi e quindi la prosecuzione della nostra vita. Dove allora la nostra vita diviene disequilibrio costante e costante impegno nel cercare l’equilibrio dell’istante, quel momento perfetto quando ciò che sta fuori e ciò che sta dentro, quando ciò che è palese e ciò che è nascosto, appare in un evolversi armonioso. Credo che la felicità o la serenità nascano da un continuum di momenti del genere.
Nei confronti della realtà siamo a mio avviso come allo specchio con noi stessi, in cui è però essa a dettarci il contesto in cui ci muoviamo e ci specchiamo e dove sta a noi scegliere il movimento in base ad essa. L'immagine che vediamo nello specchio è poi la nostra realtà quotidiana e il nostro stare. E i riflessi come maschere. Le nostre maschere sono quindi la realtà che gli altri vivono di noi e come noi ci vorremmo porre di fronte ad essi. Dove però la maschera è di un momento conscio e quindi non necessariamente vero. Il volto vero si fa quello nascosto, quando non obliato. Corrisponde sostanzialmente a ciò che facciamo quando scegliamo un vestito dove esso tanto avvolge quanto nasconde. Eppure allo stesso tempo comunica attraverso la foggia e i colori. Tutti infatti conosciamo la gradevolezza di sentirsi adeguati al proprio vestito, dove però il costume è tuttavia pur sempre un ammantamento di una serie di pulsioni inconsce e incontrollabili che a volte traspaiono. E tanto più la maschera aderirà al volto sottostante, tanto più sarà comoda. Se al contrario le nostre pulsioni vengono represse la maschera resterà uguale a sé stessa ma farà trapelare un anima sofferente e un volto deforme e deformato. Sarà allora un nascondiglio, attraverso cui vedere il mondo. Un mondo che comunque ci apparirà deforme e deformato in corrispondenza con la nostra maschera. Ciò che è interessante osservare è che tanto la maschera quanto il nostro essere sono in continuo mutamento e costretti a volontà non loro. Conseguentamente questo ci può consentire, entro certi limiti di vedere la realtà esterna in modo fluido e aperto. E dunque l’equilibrio è solo un gioco di maschere, di continui cambiamenti e ricerca d’un armonia impossibile, se non in alcuni istanti di perfetto accordo corrispondenti a ciò che normalmente si fa appartenere al termine di felicità. Da non confondere tuttavia con la serenità dove essa è più duratura ma dove giocano però l’anelito, la volontà e la non-volontà. E allora l’anelito si fa il viaggio e il viaggiatore Ulisse o la continua ricerca. E alla fine è il sottoscritto quando cerca di scrivere, o quando contempla il mondo da una finestra, o quando semplicemente si riconosce sopraffatto dalle passioni e vede il proprio stesso limite. Quando butto via tempo, o quando non opero in un sistema tale che mi permetta di vivere il giusto distacco e quindi di prendere la necessaria distanza per vedere e concepirmi in un insieme di un flusso continuo di azioni e reazioni e non il centro di questa catena. È un’aspirazione che mi permetta di concepire il mondo come un flusso a cui il libero arbitrio è assoggettato. La paranoia e la presunzione del mondo occidentale e del suo sistema a mio avviso nasce dalla mancata accettazione di questo sistema di equilibri, di cui non siamo il centro ma la periferia. Nasce dalla volontà della misura e dalla presunzione di semi-onnipotenza. Presunzione a cui tutti, per quanto ci possiamo sforzare, siamo soggetti. Anche in virtù del fatto che il dolore, la sofferenza così come la gioia, hanno valore soggettivo e non oggettivo. Allo stesso modo pensiamo di poter controllare noi stessi e il nostro futuro, non capendo invece che si tratta solo ed esclusivamente di scegliere in base a un presente imposto. Ma è comunque vero che lo spazio lasciato alla scelta è necessario e fondamentale perché esso ci permette di vivere come ci conosciamo. Ciò che voglio dire è che la scelta è tanto necessaria e importante quanto spesso condizionata più di ciò che non vogliamo ammettere. Non mi voglio nascondere dietro un fatalismo eccessivo e alla fine erroneo, ma è come se tutto rientrasse in un enorme cornice di un quadro disordinato, multicolore e multiforme. Se vedessimo questa condizione di assoggettamento non come una maledizione, non come qualcosa a cui ribellarsi, ma semplice come un qualcosa da cui farsi trasportare e con la quale entro certi limiti possiamo interagire allora forse potremmo evitare parte della nostra sofferenza. Il problema è allora stabilire quali siano i limiti ed è chiaro che questo è il gioco del pendolo e dell’oscillazione dove ora siamo a agire in un senso e poi nel suo esatto opposto. Ce ne stiamo rapiti ora dalla ricerca della flessibilità ora dalla ricerca di ciò che in quel momento ci tiene incollati a una dimensione di anelito e o soddisfazione o frustrazione a seconda che la corrente sembri andare nella direzione che vorremmo. Quel che voglio dire è che siamo capaci sì di nuotare ma sempre all'interno di correnti con le quali dobbiamo fare i conti, delle quali però non necessariamente conosciamo e riconosciamo la forza. Ciò che in realtà ci ingenera il dubbio è dunque la nostra capacità di influire, poiché ci chiediamo sempre, in base agli elementi che abbiamo, quali sia il sistema più adatto per inoltrarsi nel mare e raggiungere magari pure il nostro fine. Il gioco è tra il libero arbitrio e la volontà. La domanda è se: è vero che agiamo all’interno di un insieme più grande di servo arbitrio, quale è lo spazio che ci è consentito per il nostro libero arbitrio e in che misura esso andrà a modificare la situazione generale di servo arbitrio e in che misura invece essa mi recherà danno e dolore poiché non vi sarà una modificazione, ma solo uno scontro dal quale non possiamo che uscire perdenti?
L’abilità sta nel scegliere ciò che ci è in quel momento più congeniale e la maschera che maggiormente aderisce a quello che è il nostro viso interiore e inconscio. Lo scambio perfetto, l’equilibrio inesistente che andrebbe a comporre il cerchio, rotto dal primo pianto, quando nasciamo.


Via se siamo arrivati fin qui facciam trentuno ma facciamolo ridendo, ho guidato con sommo piacere la mia moto e ultimamente non ho più molto cantato in macchina come un cretino a squarciagola…potrei dirvi molto altro, di me,e degli occhi che mi circondano, ma in fondo, son cose personali che trapeleranno magari altrove, magari in altre forme, magari in altre pagine… per questo voglio una casa editrice. Per nascondermi per un periodo breve e non svelare un quotidiano di cui non mi vergogno, ma che in fondo sento come mio perché profondo… Per ora sappiate solo che mi resta la gioia di poter vedere e condividere il passaggio mio e altrui in questo mondo, e che il troppo vivere porta a scrivere poco e a fare ancora meno… o forse no?

Un bacio grande e grazie

G.J.B.

4 commenti:

laura freeman ha detto...

Caro Giulio,
ho letto questo post con un ENORME piacere (per il fatto che tu sia riuscito a guidare la tua moto in una giornata così bella e per la moltitudine di argomenti che proponi qui) ma devo andare a prepare qualcosa per cena e perciò il mio commento sarà molto breve. Mi hai dato molto su cui riflettere per quanto riguarda "l'equilibrio dell'istante". Vorrei anche parlare con te riguardo agli specchi ... mi sembra che ti sia dimenticato degli specchi deformanti.
Comunque, anche senza casa editrice, devi sentirti libero di assentarti dal blog per un pò --- specialmente se è per vivere (basta che non sparisci come l'altra volta lasciandoci sgomenti).
Un abbraccio grande.
laura

Anonimo ha detto...

ma sai per me scrivere fa parte di quella ricerca di equilibrio a pendolo... è dunque la ricerca che viene interrotta e il fatto di non parlare di cose a me vicine in modo diretto mi disturba leggermente. Il fatto è che per scrivere per bene ci vuole un giusto distacco che ancora non mi riesce trovare.Tutto qua.

G.J.B.

Alex ha detto...

Beato te e la motocicletta! Sto proprio invidiandoti, come credo ti possa invidiare chiunque abbia provato a guidarne una. E si può cantare anche in moto, magari non d'estate, quando gli insetti ti possono entrare in bocca: questa è la stagione migliore. Sulle riflessioni domenicali sono d'accordo con te. La vita ci insegna tante cose: basta volerle imparare, anche a dar retta ai propri impulsi, o a quelli degli altri. In questo momento Lretta mi chiama per vuotare la lavastoviglie e devo DEVO lasciarti.

laura freeman ha detto...

sì, lo so. Ma forse potresti comunque parlare e poi concentrarti sul libro invece che sul blog.
Per quanto riguarda il giusto distacco, mi sembra che tu abbia già fatto passi da gigante, perché - come ti ho già detto - scrivere del personale e renderlo universale è comunque una forma di distacco. Il rischio del blog è quello della distrazione (e anche la fame dei tuoi lettori).
Sogni d'oro.
laura