domenica 17 agosto 2008

17 agosto - dal treno

Ed eccomi qua insieme a chissà quanti altri passeggeri in una carrozza del treno delle 17.14 per Milano. Il paesaggio se ne scorre veloce dal finestrino alla mia destra e fuori il cielo terso. Penso a tutti quei treni presi quest'inverno da chi mi è venuto a trovare. Il treno d'altronde si sa, è sempre un momento di ripensamento. E allora ecco così che inizia il mio viaggio breve. Forse non ho aspettato casualmente questo giorno per scrivere. La scrittura prevede un certo senso di distacco d'altronde, un momento di pace che sottenda a una benché minima sorta di riflessione. Allora eccomi finalmente qua, finalmente su un treno per la prima volta da più di un anno direi e la salute me lo consente. Soddisfazione mica da poco un po' come quella di chi in questi giorni si è preso qualche giorno di riposo. Aveva pensato, avrebbe quasi giurato di un malessere, di una disperazione che tendeva alla depressione. Ma appunto una volta venuta meno la pressione ecco che si fa largo un alzare la testa verso un orizzonte che era fino ad allora se ne restava là ad aspettarti, ma nascosto dalle circostanze. Una faccenda mica da poco starsene schiacciati come in una stanza ottagonale dalle otto porte chiuse e di nessuna porta la chiave. E così te ne stai là passando, rimbalzando da una parte all'altra senza tuttavia possibilità alcuna e allora poco serve alla mosca cambiar di finestra, mutar vista se è un continuo schiantarsi su un vetro, su una finestra serrata. E allora il tempo, perché a forza di testate ci si rompe la testa, la pazienza ma di pazienza non ne hai, di scampo non ne vedi affatto forse hai cambiato visuale, magra consolazione all'ennesima botta sul vetro. Quando d'improvviso ti chiedi se è stata quella definitiva e te ne stai tramortito abbracciandoti a te stesso, tenendoti le braccia quasi a volerti proteggere. Ma qualcuno davvero potrebbe magari forse mostrarti una strada senza stelle, uno spiraglio alla finestra, un riposo inquieto come i maiali nel fango. E quella testa che duole e la notte l'occhio ancora sbatte e la palpebra pure e non riposa. E allora eccola la reazione, la fuga forse l'attesa ricompensata o forse il naturale svolgersi del filo che con il suo andare incontrollato e incontrollabile semplicemente muta la trama. La finestra non è più tale e si schiude forse a un fiore e la tua mente da mosca si fa ape. A impollinare altri fiori a cercare altri giorni che si svelino in ciò che ora ti appare un prato. Le ali a sbattere quasi vorticose e i colori a percorrerlo, in una cornice che sai presto si farà falsa ma magari ti porta di nuovo alla guida della tua macchina. Fedele la mano, il gesto si dipana per l'albero motore e accompagna la ruota mentre una curva scorre via. D'improvviso è un altro fiore, un altro prato, magari un orto e un'alba che si scambia col tramonto, un giorno a una notte. Cerchi il riposo quasi lo trovi ricorrendo un pur vago futuro che eccolo dunque dal finestrino ti passa il vento sul viso, sul muso e la musica risuona nell'abitacolo. Stai guidando e sei felice per il solo fatto di farlo, per il panorama che ti si svela e per i vecchi che vedi a parlottare fedeli alla panchina del paese di turno che correndo o forse scorrendo semplicemente attraversi. Sei felice e ti piacciono le note che ascolti che si accompagnano bene a un paesaggio a quei monti su cui ti arrampichi. Ti han quasi visto nascere, ti han quasi visto morire. E intanto l'estate si disvela quasi dolce nel suo fluire nel suo schiudersi come la frizione schiacciata dal tuo piede la marcia a scendere, la curva affrontata. Un'accelerazione e la macchina che riprende grip, sei fuori. Il tuo compagno di viaggio si è fatta la tua voce, quelle promesse o quei ricordi cantati che son le canzoni. Cieli e nuvole si confondono fino all'arrivo nel borgo natio, quello che ti ha visto andare in bicicletta sorretto da tuo padre quando eri bambino. Ne hai ancora la sensazione addosso, instabilità, lo sterrato con i suoi sassi davanti e sotto di te e l'ammonimento forte delle parole che ti giungon da dietro: “pedala va' dritto e non ti fermare”. Hai ancora la sensazione addosso, le ruote piccole bianche della biciclettina rosso scuro ma soprattutto quel manubrio che non vuole saperne di starsene dritto e una mano da dietro a reggerti per un portapacchi a misura di bambino. Hai imparato a andare in bicicletta e non solo. Ricordi la fatica di pedalare qualche caduta, ma non quella volta, bensì quando una volta provasti a vedere cosa sarebbe successo a non frenare prima di entrare in curva. Ma quella era una gara e per altro le tue ruote avevan diametro minore rispetto a quelle dell'avversario, si trattava di dare il tutto per tutto e, niente da fare, andò male. Finì con un ginocchio sbucciato, uno dei tanti. Anche così hai imparato a andare in biciletta. E quindi eccoti qua ora, dopo un ora a Bologna, il treno si è fermato e ancora tanti giri devon compiere le ruote ferrate. Hai fermato la macchina, sei arrivato con il sorriso e la musica a tutto volume alla casa che fu l'infanzia e l'adolescenza di tua madre ti si apre davanti. Davanti all'uscio la tua nonna non fa eccezione dagli altri vecchi e anche lei a parlare con la vicina, e quelle due teste bianche sono la prova eclatante di come l'uomo sia una bestia sociale, come se due sedie una accanto all'altra ti confermassero che non è a colpi di solitudine che... ma non c'è peggior sordo di chi è sordo veramente, e il pensiero è già volato, la battuta scontata fatta, così non te ne puoi che stare ammirato di fronte a quei selciati a quelle pietre che tanto hanno vissuto, e la piazza intorno e una tua amica accanto che ha già proseguito la linea. Il cielo si è fatto cupo, le nuvole danno al grigio bluastro delle tempeste estive e sei proprio davanti all'entrata di quel castello medievale che domina dall'alto il borgo e l'intera vallata. Le parole si incastrano con il tabacco che di nuovo anche tu ti concedi. E si aprono ora al sorriso ora a quella forma istintiva di affetto che compone un paio d'ore andate tra un portico e la paura che piova. Il treno riparte tra due ore sarai a Milano, o così puoi prevedere nella probabilità incerta che circonda ciascuno. Sai però di come hai gustato il momento di preparare il té a mattina. Ti sei chinato nel suo vapore e ne hai semplicemente assaporato il profumo. Sulla confezione c'è scritto viene dal Giappone, che per te in fondo altro non è che una terra incanta, una terra anch'essa solo probabile. Il treno prosegue la sua corsa e si muove insieme a tutto il resto attorno. Un continuo impercettibile divenire di cui vuoi continuare e di cui continui a far parte. E in fondo adesso non importa il perché, al massimo il come.


dal treno il vostro

G.J.B.

2 commenti:

laura freeman ha detto...

Ciao, Giulio!
mi e' piaciuto molto leggere della tua conquista, del tuo viaggio in treno che ti ha permesso questa passeggiata mentale. Mi e' piaciuto molto anche la parola "probabile" e la storia della bicicletta, piccolo racconto di un'altra gara con te stesso.
Che il filo si rafforzi sempre di piu', che il culo sia con te.
un abbraccio grande.
laura

Anonimo ha detto...

Lirismo totale, qui ci si lascia andare, eh?
Professoralmente approvo e godo della tua scrittura. Da amico contesto con vigore un particolare: i maiali nel brago non sono mica così inquieti, anzi in genere ci stanno di molto bene!

Il treno ha un fascino che nessuna macchina potrà mai anche solo pallidamente avvicinare. Ma questo lo hai fatto percepire a tutti col blog di oggi.
A domani,
il proffe