Il silenzio, quello delle parole: rigore della mente, ti si fa compagno. E il rischio è la sua intrinseca tensione al vuoto, al senso di vuoto. A spingersi troppo in là, oltre al punto di equilibrio dove non ci sia abbastanza contrappeso interno. Ma quando chiedono allora è d'uopo rispondere nelle parole non dette come tra una parola e l'altra. Affidandosi a qualcosa che va più lontano di un semplice suono per andare a colpire chissà dove... e ti chiedi se sei tu che forse pretendi troppo, o che sei diventato presuntuoso nei confronti di qualcuno che non coglie quella che è una dimensione mutata e mutevole. Avanzando a tentoni nel dinamismo d'un enorme incotrollabile scorrere che forse ti resta ancora nuovo, ma ti pare l'unica soluzione possibile. O forse accetti solo un compromesso comodo come quello della realtà in cui ti pare di muoverti. Ascolti, chiedi, rispondi e sorridi. Lo sguardo si sofferma altrove, là dove ballano giovani e vecchi, e chi in coppia e chi da solo: intuisci appena la grandezza della scena che ti si para davanti. Accanto insiste la voce che presuntuosamente ti appare inutile. Insiste. Non sei interessato a parlare: parla parla la voce accanto parla e non dice, non capisce. Ma consiglia alla fine in una banale e quindi necessariamente vera chiosa: "l'importante è tenere duro, è avere carattere"... Non lo guardi nemmeno, non l'hai mai visto prima, ma hai concluso che non hai voglia di quel tipo di consolazione, ti volti e rispondi seccamente "quello non mi manca". Ecco la presunzione ultima, l'ultima alienazione. Con quella frase hai sancito una distanza che ti dilania dall'altro, dagli altri. E l'hai fatto ancora una volta scientemente. Ti chiedi se il tuo interlocutore si renda conto, e capisci di no. Non hai niente contro di lui ma ne avverti la distanza e sai che non ne puoi fare a meno. Poi d'improvviso la sua faccia si fa quella del tuo passato. Sai che devi accettare in qualche modo anche questa cesura palese. Lo sai fare solo in silenzio. Rigore della mente? Nel vuoto ti guardi intorno, capisci la solitudine di quel momento e cerchi appiglio. In fondo però non stai male, non ti ricordi nemmeno se hai risposto, sai che la conversazione nasce e finisce tronca. E allora di rimando torni all'incanto del ballo altrui. Più interessante, e immediato. L'appiglio che cercavi lo trovi nella semplicità dei corpi a muoversi, dei sorrisi ad affiorare. Sei di nuovo in piedi, l'altro se n'è andato e hai mantenuto una freddezza e una compostezza che forse sanno pure di altezzoso. Le stai mantenendo ancora, pure con te stesso. Ti chiedi se questa forma di spocchia sia lo spettro di un' incomunicabilità (voluta?). Ti chiedi altrettanto se tutto questo faccia parte di te, perché non ci sei abiutato... e sai che la domanda può essere importante perché quest'atteggiamento è rivolto prima di tutto nei tuoi confronti: probabilmente ti ci dovrai abituare. Ma un po' ti stupisci di quel che sei. Senza ragionare in termini di migliore o peggiore. Avverti solo una maggiore consapevolezza che non ha caratteri qualitativi. Ma era più leggero prima, meno intenso forse, meno chiaro magari. Adesso invece grava il peso dell'incertezza e della necessarietà della scelta. La tua volontà a non perder tempo è un riferimento a quel "carpe diem" che sottende a un più cupo "estote parati". Più pesante così il bel fardello d'una vita che ora sai per certo di voler vivere. Quel che vuol dire il perpetuarsi continuo d'un istinto svelato. E allora porti un braccialetto con i campanellini attaccati. Suonano lievi al tuo movimento: per vanitoseria pensi che sian carini, per ridere dici che tengon lontani gli spiriti maligni. Ma ti ricordano anche quanto sei vivo: ti fa da appunto, da contrappunto il piccolo suono nel suo propagarsi dal polso, nel suo raggiunge i timpani e essere rielaborato dal cervello. Il tintinnio dunque è testimonianza della tua esistenza, del tuo vivere e se vuoi, della tua scelta. Ti salva quel suono come prodotto del tuo corpo, e rielaborazione del cervello. Sospeso, trovi riparo nella certezza che per un attimo i campanelli abbiano riempito un silenzio, scacciando il rischio dell' eccesso di vuoto. Ma resta l'interrogativo pungente se istinto o controllo t'abbian portato a muover la mano...
G.J.B.
G.J.B.
10 commenti:
Ciao, Giulio.
Colpita.
La voce interna.
L'alienazione.
Cio' che ti dilania [questa scelta lessicale mi e' piaciuta molto} dall'altro.
Colpita.
Sensazioni che noi tutti conosciamo ma non con l'intensita' che le colora per te.
Saluti molto cari.
laura
Ciao Giulio,che dire Laura ha esprsso molto bene l'impreesione scolpita dalle tue parole,a presto
Patrizia C.
E' soltanto il computer che sto usando o il blog ha davvero cambiato forma, colori, ecc.?
un grande abbraccio comunque.
laura
Ciao Giulio, di nuovo al lavoro, con la scrivania piena di fogli, sì
anche io aprendo il blog l'ho trvato tutto cambiato,mal di poco, cia bitueremo, mi sono anche accorta che quando scrivevo dall'Elba facevo un sacco di errori di "distrazione" era la fretta, non volevo abusare della cortesia degli amici che mi ospitavano,sciocchezze.
Un saluto per ora
Patrizia C.
Ne ho fatti anche ora, sempre la fretta, ciucona!
re-ciao, Giulio.
adesso il tuo viso e' sparito e mi manca.
Sono contenta di avere l'impronta della tua mano, nel caso dovessi venire a cercarti ... ma mi manca guardarti prima di leggere.
BIG hug,
laura
Ciao Giulio, di nuovo Laura ha anticipato il mio pensiero,anche a me piace guardarti prima di leggere e poi scrivere, mi da più la sensazione di un colloquio
ciao ciao Patrizia C.
si, Giulio, rimetti la foto!!!!!
si, Giulio, rimetti la foto, eri caruccio!
Caro Giulio,anche a me manca il tuo viso, ma cambiare fa bene e poi possiamo fantasticare su quale sarà la prossima veste del blog.
Ammiro, come sempre, la tua capacità di tradurre in parole senza banalizare. Non si tratta solo, secondo me, di padroneggiare la lingua; mi sembra qualcosa di più complesso il tuo dar parole alla mente senza tuttavia rinchiuderla nei limiti angusti di un significato univoco. E' per questo che riconosciamo, leggendo, i nostri stessi pensieri?
Io ti interpreto alla luce della mia vita e mi riconosco in molte delle cose che scrivi. Percorsi dolorosi portano anche a vivere intensamemte, con gioia direi, tutto ciò che è positivo, ma un po' di nostalgia della leggerezza, della inconsapevolezza rimane e a me vien da pensare che certe strade sarebbe giusto non imboccarle da giovani.
Un bacio Anna M.
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