Son qui a rileggere il blog che vi ripropongo nella sua prima stesura poiché essendo già stato commentato non me la sento di toccarlo... però posso aggiungere e dirvi che mi sembra di essere un po'troppo predicatorio,banale e pomposo in certi punti... quindi vi prego di aver pazienza: le intenzioni erano buone. Che altro aggiungere se non che sto bene e che domenica mi aspetta di nuovo un ottimo pasto dai miei zii di Monza... fortune mica da tutti!!! Dai domani cercherò di fare meglio questo blog.
G.J.B.
Questo è il centesimo "post" che pubblico su questo blog... non so perché ma mi sembrava una cosa carina da ricordare, come una sorta di ricorrenza o di compleanno. Per giunta una ricorrenza che cade giusta giusta perché oggi voglio affrontare delle questioni importanti o che per lo meno a me paiono tali. Non sapevo come iniziare e la ricorrenza mi ha salvato, ma adesso il problema rimane e io ve la butto là, sperando di ottenere la vostra attenzione e la vostra riflessione conseguente. Fin da quando sono entrato in reparto e da quando mi hanno diagnosticato la malattia sapevo non sarei rimasto la persona che ero... la "durezza" dell'impatto, il trauma della malattia, del reparto e dell'isolamento, del doversi confrontare con direttamente con la caducità della nostra esistenza, sono cose che ci mettono di fronte a noi stessi. Già dopo quindici giorni di reparto potevo dire a mio fratello: "altro che analisi, quindici giorni qui dentro valgono più di anni di psicoterpia" o per lo meno per me è stato così. Le scelte che ho fatto sono sotto gli occhi di tutti voi e di chi mi sta vicino. Ancora: vi ho già detto di come, nel mio "delirio" dell'asparaginasi , avessi trovato la chiave della felicità e il senso della vita: rispettivamente la chiave della felicità era far felice il mio prossimo, questo mi avrebbe dato piacere (e quindi felicità) e altrettanto avrebbe fatto per chi mi stava vicino in quel momento. Il senso della vita era dunque: "dare e trarre massima gioia possibile dagli altri" ora correggerei "dal mio prossimo" introducendo qui il concetto di prossimo sulla cui disquisizione rimando ad altri momenti (e vi rimando anche a "chi è il mio prossimo" ottimo libro di Adriano Sofri che sto leggendo in questi giorni...un saluto particolare a chi me l'ha portato che oggi compie gli anni e a chi mi ha scritto la dedica che ho apprezzato tantissimo). La questione del dare felicità agli altri è secondo me di notevole interesse. So perfettamente che esistono molte persone il cui "ego" è tanto forte da voler vivere come se gli altri non esistessere, calpestando e distruggendo la vita altrui. Ritengo e spero tuttavia che la maggior parte delle persone non sia così (forse sono ottimista) e so di per certo che la maggior parte dei miei lettori non sono così e non vogliono essere così. Per voi dunque la vita altrui ha un valore e acquisisce importanza. Conseguentemente l'amore per gli altri ha valore e fare felice un'altra persona è una cosa che è importante e che ci rallegra. Abbiamo dunque un aumento esponenziale della nostra e altrui felicità. Se tutti fossero così sostenzialmente vivremmo in un mondo "perfetto" fatto di amore e soliderietà. Vedete nel momento stesso in cui io scrivo queste parole la mia speranza è che esse vi possano aiutare a farvi stare meglio e questo già di per sé mi rende felice. Mi fa sentire utile, da cui discende l'utilità di svolgere bene il proprio lavoro, o le proprie azioni. Nel mio caso il mio "lavoro" è scrivere. Ma anche quando fotografo, piuttosto che quando creo la grafica di un sito la mia speranza è che questo possa in futuro portare giovamento e utilità a qualcuno. Utilità mi rendo conto di carattere prevalentemente estetico, ma non per questo meno importante (spero). Ovviamente un infermiere o un medico hanno un approccio molto più diretto sulla loro utilità. Il vero problema però è dato dal fatto che mi pare che siamo educati a andare esattamente nella direzione opposta rispetto a quella dell'amore e della felicità. Educati da un sistema socio-economico che non ci vuole così, che non ci vuole felici. Il sistema occidentale, consumista e capitalista non funziona a mio avviso per questo: in quanto crea quella che potremmo definire un'illusione di necessità. Siamo per esempio portati ad indentificarci con quello che possediamo, che indossiamo, che abbiamo intorno. E siamo portati a desiderare ancora e ancora e ancora senza mai poter trovar pace... siamo portati a pensare solo a noi stessi, al nostro bisogno di consumare. Ma se eliminassimo per un po' il concetto di "nostro" dalle nostre (quelle sì) vite, ci renderemmo forse conto che staremmo meglio. Sostanzialmente abbiamo tutto quello che ci serve. Praticamente nessuno di noi soffre la fame, per nostra fortuna non sappiamo neanche cosa vuol dire "soffrire la fame", abbiamo una scelta alimentare ampissima, abbiamo la presenza dei nostri "cari" e dei nostri "amici", abbiamo la possibilità di comprendere e di volere. Per la maggior parte di noi la casa non è un problema. Abbiamo sostanzialmente la possibilità di essere felici. Forse io parlo da persona "fortunata" che certo non ha mai avuto problemi economici. Ma davvero stare in isolamento in reparto, tornare a casa e non trovare più nulla di "tuo" perché era stato tutto messo via, mi ha posto di fronte a una condizione non ordinaria che forse disvela le cose nel loro reale valore. Posso essere "attaccato" a un oggetto nella misura in cui questo mi ricorda qualcosa o qualcuno... ma anche se l'oggetto andasse perso il ricordo rimarrà. E certo un oggetto difficilmente vale la mia sofferenza e tanto meno quella altrui. Vale molto di più la mia possibilità di far felice il mio prossimo. Assumendo questo valore per giunta supererò anche buona parte delle "paure" che ci contraddistinguno. A iniziare dalla paura dei ladri. In realtà le uniche mie "paure" più profonde (sentimento comunque negativo) riguardano al momento l'incolumità mia e altrui. Certo se mi entrano i ladri in casa non mi fa piacere ma non metterei mai a rischio la mia e altrui incolumità per un oggetto.
Ma se ci rendiamo conto di questo il sistema va in crisi, non c'è mercato se non c'è inappagamento, se non c'è bramosia, cupidigia e a ben vedere, egoismo. E' di oggi la notizia (che per giunta ci riguarda) di un indagine del Viminale sul consumo di droghe tra i giovani. L'articolo lo trovate QUI l I risultati non mi hanno stupito, e sono purtroppo un segno evidente della malattia che affligge la nostra società. I giovani drogati non sono "sbandati", vengono da buona famiglia, sono istruiti, vengono da famiglie che garantiscono una "sicurezza economica". Hanno tutto sostanzialemente. Non rubano per comprarsi la droga perché i soldi li prendono da mamma o papà al limite spacciano un po'. Ma i soldi ci sono, sono garantiti e avanzano pure... non rinunciano all'ipod. Hanno il computer, il motorino, bei vestiti. Sono comunemente ragazze e ragazzi borghesi esattamente come me e come molti dei miei amici... eppure se ci parli son depressi, stanno male, sono infelici. Non necessariamente questo sfocia nella droga o nella depressione (anche se vi sono buone probabilità) ma sfocia in un senso di incompiutezza della vita che è molto duro da sopportare. A questo bisogno aggiungere delle assurde "regole sociali" o "imposizioni mentali" che spesso ci costruiamo. Spesso siamo portati in nome di dettami predisposti a rinunciare ai nostri e alle nostre legittime aspirazioni. "Siamo condannati al realismo" come diceva Neruda nel suo discorso per il Nobel. Io mi rendo conto di esser stato per molto tempo schiavo delle mie paure, dei "dettami sociali" ai quali non riuscivo a sottrarmi, quella di scegliere la facoltà di lettere (lettere=futuro da disoccupato) per esempio è stata una scelta molto sofferta anche in virtù della formazione e tradizione scientifica a cui la mia famiglia fa riferimento. Ma lo è stata anche in virtù del fatto che con una scelta simile non mi "garantivo" un lavoro... o meglio non mi garantivo sostanzialmente l' "accomulazione di denaro". Vi voglio proporre adesso alcuni brani tratti da un libro che sto leggendo (ne sto leggendo più d'uno insieme):
"nella società contemporanea si tende a credere che possiamo realizzare tutti i nostri desideri attraverso cose materiali; in particolare soldi e proprietà sono considerati quanto di meglio ci sia per sentirsi sicuri. Invariabilmente leghiamo tutte le nostre speranze e ci rifugiamo in qualcosa di esteriore pensando che in questo modo allevieremo il nostro dolore e ci garantiremo la felicità. Poniamo la nostra fiducia in oggetti materiali e così nascono in noi attaccamente e ossessioni estremamente tenaci (...) il risultato è che non ci sentiamo mai soddisfatti." Ancora: "la nostra condizione di esseri umani ci fa dipendere gli uni dagli altri. Siamo animali sociali e dobbiamo interagire reciprocamente. Eppure sembra che abbiamo perduto ogni sentimento di affetto in questa nostra interdipendenza. La nostra società non considera molto l'amore o quantomeno sembra non prestargli particolare attenzione. Con i beni materiali in cima a tutti i nostri desideri non c'è da dire sull'importanza dell'amore verso i nostri simili. Mancando di un simile sentimento incanaliamo tutte le nostre energie nell'accomulare sempre più denaro. Ed essendo concentrati solo sullo sfruttamento e sul controllo illimitato degli altri, sempre in competizione serrata, alla fine ci troveremo impegolati in una situazione senza via d'uscita. In un tale contesto il principio dell'amore verso i nostri simili diviene moneta fuori corso. Eppure senza l'affetto e l'amore non esiste felicità all'interno della famiglia, tra le coppie, tra genitori e figli. (...) Le circorstanze ci impongono di guardare al bene dell'intera umanità e di tutto il pianeta. (...) Quello che abbiamo perso, o che non abbiamo mai avuto, è il sentimento della cooperazione e della condivisione. (...)" Ancora: "Per noi esseri umani, penso che la priorità consista nel cercare il modo di essere per evitare la sofferenza e trovare la felicità delle nostre menti. (...) Nella mia vita ho sperimentato molti momenti di gioia e tristezza e ho incontrato notevoli difficoltà. Ma quando penso ai momenti difficili vedo che c'è stata almeno una cosa che mi ha sempre dato speranza nonostante le avverse circostanze. Nel profondo del mio cuore sentivo che la mia esistenza aveva uno scopo: aiutare il prossimo (...). Quando ho dovuto affrontare situazioni dolorose, mi ha infuso coraggio e mi ha fatto sentire che la speranza non si deve mai perdere, che si può lavorare anche nelle più avverse delle condizioni. E quindi ho provato un senso di soddisfazione tramite il quale sono in grado di trovare, in modo del tutto spontaneo e naturale, piccoli livelli di rilassamento, pace mentale e fisica"
con queste parole ovviamente non mie credo di potermi accomiatare per oggi da voi miei lettori affezionati... spero nel vostro perdono per la lunghezza ma credo che ne valesse la pena. Abbiamo credo messo talmente tanta "carne al fuoco" che potremo andare avanti a ragionare di questi argomenti per giorni... e intanto tanto per giocare non vi dico di chi sono le parole che avete appena letto (ve lo svelerò nei prossimi giorni)... secondo voi sono di un rivoluzionario? Di un ex-sessantottino? di un comunista? di un religioso? Del Papa? Di Ghandi? Del Dalai Lama? Di John Lennon? Di Guccini? Di Sepulveda? Di Neruda? Di Bertinotti? Di Sofri? Di Fassino? Del Subcomandante Marcos?
il vostro affezionato
G.J.B.
P.S. Con l'affetto che mi avete dimostrato al momento della malattia e che stiamo continuando a condividere mi avete davvero aiutato tanto... GRAZIE
P.P.S. Nota di colore: pare che il buon Pablo che io cito spesso non avesse piacere di finire sulle labbra del nostro ex-ministro della Giustizia (un democristiano che cita il segretario dei Partito Comunista Cileno ma figuriamoci!!!) e così la poesia che Mastella ha citato qualche giorno fa dando le dimissioni non l'ha scritta il nostro Poeta. E' un falso attribuito erroneamente al Nobel per la lettura... eheheh. Non so perché ma mi fa piacere...
G.J.B.
Questo è il centesimo "post" che pubblico su questo blog... non so perché ma mi sembrava una cosa carina da ricordare, come una sorta di ricorrenza o di compleanno. Per giunta una ricorrenza che cade giusta giusta perché oggi voglio affrontare delle questioni importanti o che per lo meno a me paiono tali. Non sapevo come iniziare e la ricorrenza mi ha salvato, ma adesso il problema rimane e io ve la butto là, sperando di ottenere la vostra attenzione e la vostra riflessione conseguente. Fin da quando sono entrato in reparto e da quando mi hanno diagnosticato la malattia sapevo non sarei rimasto la persona che ero... la "durezza" dell'impatto, il trauma della malattia, del reparto e dell'isolamento, del doversi confrontare con direttamente con la caducità della nostra esistenza, sono cose che ci mettono di fronte a noi stessi. Già dopo quindici giorni di reparto potevo dire a mio fratello: "altro che analisi, quindici giorni qui dentro valgono più di anni di psicoterpia" o per lo meno per me è stato così. Le scelte che ho fatto sono sotto gli occhi di tutti voi e di chi mi sta vicino. Ancora: vi ho già detto di come, nel mio "delirio" dell'asparaginasi , avessi trovato la chiave della felicità e il senso della vita: rispettivamente la chiave della felicità era far felice il mio prossimo, questo mi avrebbe dato piacere (e quindi felicità) e altrettanto avrebbe fatto per chi mi stava vicino in quel momento. Il senso della vita era dunque: "dare e trarre massima gioia possibile dagli altri" ora correggerei "dal mio prossimo" introducendo qui il concetto di prossimo sulla cui disquisizione rimando ad altri momenti (e vi rimando anche a "chi è il mio prossimo" ottimo libro di Adriano Sofri che sto leggendo in questi giorni...un saluto particolare a chi me l'ha portato che oggi compie gli anni e a chi mi ha scritto la dedica che ho apprezzato tantissimo). La questione del dare felicità agli altri è secondo me di notevole interesse. So perfettamente che esistono molte persone il cui "ego" è tanto forte da voler vivere come se gli altri non esistessere, calpestando e distruggendo la vita altrui. Ritengo e spero tuttavia che la maggior parte delle persone non sia così (forse sono ottimista) e so di per certo che la maggior parte dei miei lettori non sono così e non vogliono essere così. Per voi dunque la vita altrui ha un valore e acquisisce importanza. Conseguentemente l'amore per gli altri ha valore e fare felice un'altra persona è una cosa che è importante e che ci rallegra. Abbiamo dunque un aumento esponenziale della nostra e altrui felicità. Se tutti fossero così sostenzialmente vivremmo in un mondo "perfetto" fatto di amore e soliderietà. Vedete nel momento stesso in cui io scrivo queste parole la mia speranza è che esse vi possano aiutare a farvi stare meglio e questo già di per sé mi rende felice. Mi fa sentire utile, da cui discende l'utilità di svolgere bene il proprio lavoro, o le proprie azioni. Nel mio caso il mio "lavoro" è scrivere. Ma anche quando fotografo, piuttosto che quando creo la grafica di un sito la mia speranza è che questo possa in futuro portare giovamento e utilità a qualcuno. Utilità mi rendo conto di carattere prevalentemente estetico, ma non per questo meno importante (spero). Ovviamente un infermiere o un medico hanno un approccio molto più diretto sulla loro utilità. Il vero problema però è dato dal fatto che mi pare che siamo educati a andare esattamente nella direzione opposta rispetto a quella dell'amore e della felicità. Educati da un sistema socio-economico che non ci vuole così, che non ci vuole felici. Il sistema occidentale, consumista e capitalista non funziona a mio avviso per questo: in quanto crea quella che potremmo definire un'illusione di necessità. Siamo per esempio portati ad indentificarci con quello che possediamo, che indossiamo, che abbiamo intorno. E siamo portati a desiderare ancora e ancora e ancora senza mai poter trovar pace... siamo portati a pensare solo a noi stessi, al nostro bisogno di consumare. Ma se eliminassimo per un po' il concetto di "nostro" dalle nostre (quelle sì) vite, ci renderemmo forse conto che staremmo meglio. Sostanzialmente abbiamo tutto quello che ci serve. Praticamente nessuno di noi soffre la fame, per nostra fortuna non sappiamo neanche cosa vuol dire "soffrire la fame", abbiamo una scelta alimentare ampissima, abbiamo la presenza dei nostri "cari" e dei nostri "amici", abbiamo la possibilità di comprendere e di volere. Per la maggior parte di noi la casa non è un problema. Abbiamo sostanzialmente la possibilità di essere felici. Forse io parlo da persona "fortunata" che certo non ha mai avuto problemi economici. Ma davvero stare in isolamento in reparto, tornare a casa e non trovare più nulla di "tuo" perché era stato tutto messo via, mi ha posto di fronte a una condizione non ordinaria che forse disvela le cose nel loro reale valore. Posso essere "attaccato" a un oggetto nella misura in cui questo mi ricorda qualcosa o qualcuno... ma anche se l'oggetto andasse perso il ricordo rimarrà. E certo un oggetto difficilmente vale la mia sofferenza e tanto meno quella altrui. Vale molto di più la mia possibilità di far felice il mio prossimo. Assumendo questo valore per giunta supererò anche buona parte delle "paure" che ci contraddistinguno. A iniziare dalla paura dei ladri. In realtà le uniche mie "paure" più profonde (sentimento comunque negativo) riguardano al momento l'incolumità mia e altrui. Certo se mi entrano i ladri in casa non mi fa piacere ma non metterei mai a rischio la mia e altrui incolumità per un oggetto.
Ma se ci rendiamo conto di questo il sistema va in crisi, non c'è mercato se non c'è inappagamento, se non c'è bramosia, cupidigia e a ben vedere, egoismo. E' di oggi la notizia (che per giunta ci riguarda) di un indagine del Viminale sul consumo di droghe tra i giovani. L'articolo lo trovate QUI l I risultati non mi hanno stupito, e sono purtroppo un segno evidente della malattia che affligge la nostra società. I giovani drogati non sono "sbandati", vengono da buona famiglia, sono istruiti, vengono da famiglie che garantiscono una "sicurezza economica". Hanno tutto sostanzialemente. Non rubano per comprarsi la droga perché i soldi li prendono da mamma o papà al limite spacciano un po'. Ma i soldi ci sono, sono garantiti e avanzano pure... non rinunciano all'ipod. Hanno il computer, il motorino, bei vestiti. Sono comunemente ragazze e ragazzi borghesi esattamente come me e come molti dei miei amici... eppure se ci parli son depressi, stanno male, sono infelici. Non necessariamente questo sfocia nella droga o nella depressione (anche se vi sono buone probabilità) ma sfocia in un senso di incompiutezza della vita che è molto duro da sopportare. A questo bisogno aggiungere delle assurde "regole sociali" o "imposizioni mentali" che spesso ci costruiamo. Spesso siamo portati in nome di dettami predisposti a rinunciare ai nostri e alle nostre legittime aspirazioni. "Siamo condannati al realismo" come diceva Neruda nel suo discorso per il Nobel. Io mi rendo conto di esser stato per molto tempo schiavo delle mie paure, dei "dettami sociali" ai quali non riuscivo a sottrarmi, quella di scegliere la facoltà di lettere (lettere=futuro da disoccupato) per esempio è stata una scelta molto sofferta anche in virtù della formazione e tradizione scientifica a cui la mia famiglia fa riferimento. Ma lo è stata anche in virtù del fatto che con una scelta simile non mi "garantivo" un lavoro... o meglio non mi garantivo sostanzialmente l' "accomulazione di denaro". Vi voglio proporre adesso alcuni brani tratti da un libro che sto leggendo (ne sto leggendo più d'uno insieme):
"nella società contemporanea si tende a credere che possiamo realizzare tutti i nostri desideri attraverso cose materiali; in particolare soldi e proprietà sono considerati quanto di meglio ci sia per sentirsi sicuri. Invariabilmente leghiamo tutte le nostre speranze e ci rifugiamo in qualcosa di esteriore pensando che in questo modo allevieremo il nostro dolore e ci garantiremo la felicità. Poniamo la nostra fiducia in oggetti materiali e così nascono in noi attaccamente e ossessioni estremamente tenaci (...) il risultato è che non ci sentiamo mai soddisfatti." Ancora: "la nostra condizione di esseri umani ci fa dipendere gli uni dagli altri. Siamo animali sociali e dobbiamo interagire reciprocamente. Eppure sembra che abbiamo perduto ogni sentimento di affetto in questa nostra interdipendenza. La nostra società non considera molto l'amore o quantomeno sembra non prestargli particolare attenzione. Con i beni materiali in cima a tutti i nostri desideri non c'è da dire sull'importanza dell'amore verso i nostri simili. Mancando di un simile sentimento incanaliamo tutte le nostre energie nell'accomulare sempre più denaro. Ed essendo concentrati solo sullo sfruttamento e sul controllo illimitato degli altri, sempre in competizione serrata, alla fine ci troveremo impegolati in una situazione senza via d'uscita. In un tale contesto il principio dell'amore verso i nostri simili diviene moneta fuori corso. Eppure senza l'affetto e l'amore non esiste felicità all'interno della famiglia, tra le coppie, tra genitori e figli. (...) Le circorstanze ci impongono di guardare al bene dell'intera umanità e di tutto il pianeta. (...) Quello che abbiamo perso, o che non abbiamo mai avuto, è il sentimento della cooperazione e della condivisione. (...)" Ancora: "Per noi esseri umani, penso che la priorità consista nel cercare il modo di essere per evitare la sofferenza e trovare la felicità delle nostre menti. (...) Nella mia vita ho sperimentato molti momenti di gioia e tristezza e ho incontrato notevoli difficoltà. Ma quando penso ai momenti difficili vedo che c'è stata almeno una cosa che mi ha sempre dato speranza nonostante le avverse circostanze. Nel profondo del mio cuore sentivo che la mia esistenza aveva uno scopo: aiutare il prossimo (...). Quando ho dovuto affrontare situazioni dolorose, mi ha infuso coraggio e mi ha fatto sentire che la speranza non si deve mai perdere, che si può lavorare anche nelle più avverse delle condizioni. E quindi ho provato un senso di soddisfazione tramite il quale sono in grado di trovare, in modo del tutto spontaneo e naturale, piccoli livelli di rilassamento, pace mentale e fisica"
con queste parole ovviamente non mie credo di potermi accomiatare per oggi da voi miei lettori affezionati... spero nel vostro perdono per la lunghezza ma credo che ne valesse la pena. Abbiamo credo messo talmente tanta "carne al fuoco" che potremo andare avanti a ragionare di questi argomenti per giorni... e intanto tanto per giocare non vi dico di chi sono le parole che avete appena letto (ve lo svelerò nei prossimi giorni)... secondo voi sono di un rivoluzionario? Di un ex-sessantottino? di un comunista? di un religioso? Del Papa? Di Ghandi? Del Dalai Lama? Di John Lennon? Di Guccini? Di Sepulveda? Di Neruda? Di Bertinotti? Di Sofri? Di Fassino? Del Subcomandante Marcos?
il vostro affezionato
G.J.B.
P.S. Con l'affetto che mi avete dimostrato al momento della malattia e che stiamo continuando a condividere mi avete davvero aiutato tanto... GRAZIE
P.P.S. Nota di colore: pare che il buon Pablo che io cito spesso non avesse piacere di finire sulle labbra del nostro ex-ministro della Giustizia (un democristiano che cita il segretario dei Partito Comunista Cileno ma figuriamoci!!!) e così la poesia che Mastella ha citato qualche giorno fa dando le dimissioni non l'ha scritta il nostro Poeta. E' un falso attribuito erroneamente al Nobel per la lettura... eheheh. Non so perché ma mi fa piacere...
10 commenti:
Caro Giulio, sono alcune ore che hai pubblicato il centesimo post e ancora nessuno ti ha risposto. Sarà per la complessità delle questioni che sollevi? A parte gli stronzi, credo che tutti gli altri in qualche momento della loro vita si siano fermati a riflettere sulle tematiche che proponi e, ancora più tosto (almeno per me, profondamente borghese,ma con forte desiderio di cambiamento), a cercare di mettere in connessione pensiero e scelte di vita.
Quando pubblichi un post io faccio così: lo leggo una volta e poi me lo frullo in testa, dopo un (bel) po' rileggo e provo a rispondere.
Questa volta ho scrito subito:ero la prima!
Non entro nel merito, ma ti racconto un'esperienza vissuta.
Quando Carlo fu ricoverato nell'87 dopo l'arresto cardiaco non facevano entrare altro che me, i primi giorni. La quantità di amici che bivaccava in attesa di notizie era tale che un'infermirera chiese a una mia amica medico chi fosse (=quale importante personaggio magari pubblico) il ricoverato. La risposta ovviamente fu "nessuno", ma è un bel modo di esssere nessuno avere molti amici.
Quando ero piccola la mia mamma si buttava in ginocchio accanto al mio letto, mi coccolava un po' e mi lasciava dicendomi "buonanotte, sogni d'oro", gli stessi che io auguro a te. Anna M.
Caro Giulio, rientro ora e leggo le tue nuove parole e mi prendo una pausa per cercare di digerirle almeno in parte. (A proposito, penso di sapere di chi sono le parole che hai citato. Credo che tu sia andato da Dio al Dalai Lama.)
Per prima cosa, non penso affatto che tu sia stato "banale e pomposo". E' dall'inizio del tuo blog che ci aiuti a ricordare ed apprezzare ciò che è veramente importante e, sempre dall'inizio, le tue scelte hanno abbracciato la realtà degli altri - le nostre e quelle così tanto meno fortunati di noi. Hai assimilato la verità che c'è nella frase "E' più bello dare che ricevere".
Fra le tante cose che hai scritto, quello della paura mi ha colpito perchè sono davvero le paure a tagliarci le gambe ... e la testa. Lo sappiamo ma cediamo lo stesso.
E poi la questione degli oggetti - anche qui ci freghiamo da soli, malgrado la profonda verità nel detto "non piangere per qualcosa che non può piangere per te, non ridere per qualcosa che non può ridere per te".
Grazie.
laura g.
Sono abituato a sentire di tutto e a leggere di tutto, però quel che hai scritto mi fa un po' di effetto, e non perché non mi ritenga d'accordo con te, anzi! Ma fa effetto vederselo sbattere così nero su bianco in modo tutt'altro che pomposo. E mi misuro con le tue parole e mi stanno larghe, perché quello che dici è difficile non pensarlo ma è anche facile tradirlo. A me è successo e penso mi succederà ancora. Ma tant'è, dobbiamo anche abituarci ai nostri limiti, anche se non ci piacciono e non farci fregare. Ora basta, il cervello fonde e ho bisogno di ricaricarlo: farò come Anna, ci rimugino, in questo caso nel sonno, e poi mi provo domattina a riprendere il discorso. Buona notte!
Benee...vedo che sei riuscito quasi egregiamete nell'opera! Tanto ne abbiamo già parlato quindi non lascio altro, solo un abbraccio.
Alice
Hei Giulio, come butta? belle parole...Personalmente sono sempre stato convinto che ognuno di noi nella propria vita è in continua ricerca di certezze e cerca di scansare in modo più o meno conscio quello che sembra incerto, spesso classificandolo come "sbagliato". Così poniamo dei limiti "finiti" a ciò che pensiamo e facciamo, chi più e chi meno a seconda della propria cultura e della propria vita vissuta. Spesso viviamo dando per scontato un sacco di cose, vedi la salute, il benessere, la casa, come appunto hai detto anche te, e dare per scontata una cosa non è altro che un modo per non guardare cosa c'è più in là...un po' come gli uccellini che hanno vissuto per tanto tempo in una gabbia, se li liberi hanno paura a volare via. Il vero salto di qualità sarebbe vivere pensando "all'infinito" senza mai dare niente per scontato e senza mai ritenere qualcosa assolutamente giusto o sbagliato. Una mente aperta, una persona che sa guardare sempre oltre, non può che cercare di aiutare gli altri, è fisiologico. Bada bene, aiutare il più delle volte vuol dire anche solo non danneggiare e comportarsi bene nei confronti di tutti. penso sempre che se nessuno di noi facesse male a nessuno, sarebbero veramente pochi quelli che soffrirebbero. certo, esiste la malattia, la sfiga, ma purtroppo il 90% della sofferenza delle persone è causata da altri esseri umani.
Un saluto, Matteo B.
Non so ancora se pubblicherò quanto sto per scrivere, per ora lo butto giù e dopo averlo riletto deciderò. Gli argomenti che hai trattato vanno guardati da più punti di vista, da un punto di vista etico, morale, religioso, politico, sociale, filosofico quindi per trattare l'argomento bisognerebbe scrivere un libro (chi meglio di te), io non ho ne la cultura ne la competenza necessaria per potarlo fare, mi limiterò quindi ad esporre alcuni miei concetti. Ritengo che l'essere umano abbia nella sua scheda genetica l'istinto della solidarietà, prova ne è la storia del genere umano, nei millenni c'è stata sempre aggregazione, e questa aggregazione è nata non solo per l'aiuto reciproco utilitaristico per la difesa dalle fiere o per procacciarsi il cibo, ma anche per darsi reciprocamente sostegno in caso di difficoltà od in caso di malattie, nella condoglianza dei defunti, nell'allevamento e sostentamento dei piccoli, il bene era comune, non esisteva la proprietà, quindi senz'altro una situazione idilliaca. I problemi immagino siano sorti quando una comunità, o chiamiamola meglio tribù, sempre per perseguire l'interesse ed il bene della propria comunità, si è trovata a doversi scontrare con altre comunità. Immagino che spazio ce ne fosse a sufficienza, ma se la mia comunità non intendeva spostarsi dal luogo dove si era insediata e per comprensibili motivi aveva necessità di avere il possesso di quel territorio adiacente al proprio, dove scorreva un fiume o dove confinava una foresta ricca di selvaggina, è ovvio che cercarono di sopraffarre la comunità che aveva trovato un posto ideale, anche perchè probabilmente non sapevano che di posti analoghi forse ne esistevano a migliaia, probabilmente, forse da ciò deriva il senso di possesso che abbiamo. Chiaramente nei millenni queste comunità si sono dettate delle regole con cui vivere, quindi si va dal più forte che si autoproclamava capo, al più carismatico, a chi aveva più seguaci o a chi possedeva più cose da distribuire per comprarsi i seguaci, in seguito si è passati all'ereditarietà della leadership, quindi dalle dittature si è passati alle monarchie e successivamente alle democrazie. Tutto quanto ho detto chiaramente è un pensiero frettoloso e frettolosamnete scritto, che sarebbe un buon argomento da sviscerare. Veniamo ai giorni nostri (come ben sai non sono un politico, ne me ne intendo di politica)ti parlo da uomo della strada, abbiamo assistito in questi anni al fallimento del comunismo e stiamo assistendo attualmente al fallimento del capitalismo, se non sbaglio anche Giovanni Paolo II°, persona in alcune cose illuminata, ebbe a dire che si sarebbe dovuto trovare un altro sistema, io penso che se invece di arroccarci ognuno sulle proprie ideologie più o meno fallite o superate, si cercasse di contribuire con i propri pensieri e le proprie idee a creare qualche cosa di nuovo, qualche cosa che non permetta a me (mi è successo davvero9 di essere invitato a cena per dieci commensali c'erano sei dolci, più di mezzo a testa, lascio immaginare che fine hanno fatto, oppure di distruggere le arance con la ruspa per mantenere il prezzo, mentre a pochi chilometri c'è gente che muore di fame. Non si può continuare a vivere in una società (cito solo un esempio) dove un allenatore di calcio viene pagato 14.000.000 di €, e non facciamo nulla. Non possiamo continuare a tollerare di essere governati da una classe politica (sia di destra che di sinistra)corrotta e con pendenze giudiziarie, forse qualcuno si salva, ma nel mucchio??? Ricordiamoci quel che dicevano i romani " Senatores probi viri, senatus mala bestia ". Questa mia citatazione visto i miei studi e la mia ignoranza umanistica mi ha ridato un po' di buon umore, non rileggerò quanto scritto, l'ho scritto con sconforto e con rabbia, che sia lungo o breve che ci siano errori o quant'altro, non so nemmeno se ho trattato tutti gli argomenti che volevo, ma non me ne frega nulla. O a firenze mica si cazzeggia, il nostro gruppo sta continuando alacremente nella gestazione dello stututo, penso che entro una decina di giorni partoriremo.Ciao
Ciao Giulio,
torno a leggere il blog dopo giorni di latitanza. Ciò che dici è da me condiviso. Non sempre sono in grado di amare il prossimo, dato che hobbesianamente credo piuttosto l'homo homini lupus. Ma che la schizofrenia del capitalismo sia galopante è manifesto, che le leve produttive del capitalismo si fondino sull'organizzazione e la gestione di una perenne infelicità, frustrazione, insoddisfazione, è dimostrabile quotidianamente. Ho provato a fare l'assicuratore, libera e nobile professione che si basa sulla paura di perdere beni materiali. Dietro il sorriso compiacente di colui che sta al pubblico c'è spesso infinita ipocrisia, voglia di accaparrare denaro, premura nell'instillare paure di perdite di vario genere. Per questo non sono riuscito a compiere il mio processo formativo in quella direzione. Per me la specola per comprendere quanto siano assurdi molti dei valori di possesso materiale su cui si basa questa società passa dal corpo. Dal possesso del proprio corpo e del tempo. Delle sensazioni e dei sentimenti legati all'esistenza. Possedere cose - status symbol - e usufruire di servizi è tutto, è bene, porta soldi, successo. Possedere se stessi, essere liberi di muoversi, gestire il proprio tempo e coltivare le proprie passioni è niente, porta all'isolamento, non è produttivo. Tuttavia il problema è ancora più profondo e radicato, ed è che la società borghese italiana si sta impoverendo, e anche avere cibo e casa di proprietà diventa dempre più difficile, se non impossibile, per molti giovani. Questa società dice: prendere o lasciare. Se sei dentro, puoi avere successo, avere tutto. Se non accetti il sistema in toto, sei condnnato a essere sempre più povero. Disconosciuto. Emarginato. Non dagli amici, beninteso, ma dalle relazioni professionali, quelle che portano i soldi, che ti permettono di pagare le bollette, il mutuo... Parte della borghesia si sta impoverendo, estinguendo, proletarizzando. Per cause produttive globali. Ci sono stati periodi peggiori nella storia dell'umanità. A presto
Tommaso
Caro Giulio, ho imparato ( come dice Renzo alla fine del romanzo) che non bisogna pensare mai di essere diventati esperti, infatti ieri, dopo aver scritto a lungo, e prima anche aver preso appunti dal tuo, riflettuto e cercato di mettere in forma sintetica e chiara, ho perso tutto. Lo interpreto come un segno, del resto chi ha scritto prima di me ha detto molte cose che condivido, soprattutto quando Tommaso parla di essere liberi di gestire il proprio tempo. Io alle persone che amo cerco di dare appunto il mio tempo, facendogli risparmiare il loro.
Ti dirò invece che ho visto il film di W. Allen, che mi è molto piaciuto e che mi è sembrato un po' un incrocio tra un film e un romanzo: si potrebbe aprire un dibattito.
Adesso un bacio, anche da parte della Loretta, con la quale sto andando a prendere il the dalla tua zia; giocheremo alle signore. A presto. Anna M.
Abbiamo preso il tè (preferisco scrivere così), i pasticcini, i cenci e la schiacciata alla fiorentina, in due versioni, farcita e no. Una giornata diversa veramente piacevole. Andremo presto a vedere il film di Woody Allen, visto che è piaciuto anche a Carlo.
Alessandro M.
Caro Giulio,
mi sei mancato oggi. Perciò ho riletto adesso alcuni tuoi pezzi ed alcuni commenti. Hai fatto nascere una bella comunità.
Mi auguro che tu stia dormendo bene, raccogliendo le forze, sognando e progettando.
a domani.
laura
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