martedì 19 febbraio 2008

19 febbraio - febbre e candidature

E così eccoci di nuovo qua, io sono nel mio letto, sotto le coperte, al caldo. Di là i miei genitori passano il tempo come tante altre volte, aspettando domani. Domani quando inizierò una nuova chemioterapia. Eppure non è detto poiché un po' di febbre cammina sulla mia fronte. Staremo a vedere cosa diranno i medici. Non so tuttavia se, per merito della febbre o per quel ritorno alla routine, almeno il morale oggi è abbastanza buono. Perché dico per merito della febbre? Perché mi fa sentire leggermente come tutti quanti, e in nulla per ora si differenzia dalle mie precedenti febbri, poiché le attività che svolgo ora sono esattamente le medesime delle altre volte. Ammettendo che stare tutto il giorno senza far niente sia un'attività. Comunque tant'è, ed eccoci dunque, in compagnia delle mie linee di temperatura che purtrppo non se ne vogliono andare, a scrivere, come promesso giorni fa, la storia delle mie candidature... almeno passo un po'di tempo.

Quando mi scontrai per la prima volta con il dolore della democrazia avevo circa sette o otto anni, a dir la verità non ero io candidato, ma un disegno. La maestra aveva infatti deciso di indire un concorso di disegni raffiguranti Babbo Natale. Il vincitore avrebbe avuto l'onore e il prestigio di vedere il suo elaborato usato come copertina dell'album natalizio di classe (o qualcosa del genere). Ovviamente il vincitore sarebbe stato proclamato a insindacabile giudizio degli altri bambini. Volevo assolutamente vincere e così il giorno precedente alla presentazione delle immagini mi misi di buona lena e a mattino seguente potevo vantare ben tre disegni da presentare. La mia unica avversaria ne aveva presentato soltanto uno: avevo la vittoria in tasca. O almeno così pensavo. Ma si sa, le bambine a quell'età son più brave in tutto (solo a quell'età?), e i miei tre disegni, effettivamente troppo vuoti non ebbero neanche un voto. Una sconfitta enorme, una vera e propria disfatta. Il suo disegno era onestamente notevolmente migliore di ognuno dei miei: ricco di palline ben colorate, un bell'albero verde che occupava mezza pagina e un Babbo Natale rosso a bianco che svettava nell'altra metà. Era insomma riempito in ogni suo spazio da splendidi colori. I miei elaborati erano invece vuoti e forse tirati un po'via, diciamo, se volessimo usare un eufemismo, che rispondevano a un'estestica dove si prediligeva la mancaza, il vuoto al pieno, il bianco del foglio all'immagine. Dovetti insomma riconoscere l'ignominosa sconfitta, una sconfitta giusta ma non per questo meno bruciante. In una volta imparai il dolore e la forza della democrazia e che la qualità è più importante della quantità. Beh lezioni di vita che però spesso si scordano. Come quando diversi anni dopo, avevo circa dodici anni, andavo a dire in giro che volevo fare il politico, ispirato dai testi di Bob Dylan. E'evidente a tutti come un bambino che legge i testi di Bob Dylan e dice di voler fare il politico o è precoce o è pazzo e comunque sia è sicuramente disadattato, ma questo non bastò a farmi abbandonare le mie idee (son sempre stato caparbio e testardo). Il risutato fu che, appena arrivato al liceo, mi presentai come rappresentante di istituto. Non vi starò a raccontare una campagna elettorale terrificante fatta quasi tutta da ricatti del tipo “o mi dai un morso della tua merenda o non ti voto” (quando si dice il bullismo). Alla fine, merende a parte, presi ben quattordici voti tra cui qualcuno raccattato nelle classi degli ultimi anni per simpatia e coraggio: una specie di voto di protesta che probabilmente fin da allora attiravo. Il risultato per giunta era quasi promettente in una scuola da quattrocento persone, ma allora non la presi tanto bene, poiché nella mia follia mi ero candidato per vincere e la delusione era in considerazione dell'impegno profuso e della quantià di cibo elargita. Ricordo ancora che il mio programma elettorale era incentrato sul tema della rappresentanza dei primi due anni: ovvero sul fatto che i ginnasi non erano rappresentati. Avevo fatto un lavoro politicamente perfetto cercando e individuando un preciso target elettorale. Ma ho imparato a mie spese che con le merende al liceo non ci si crea consenso e che dei programmi elettorali spesso sia i politici che gli elettori se ne fregano dato che tanto non sono vincolanti. Eppure secondo me rimangono una delle poche cose su cui si può dare un voto. La mia lista comunque arrivò terza (su tre liste) ma abbastanza ben piazzata da far eleggere un suo rappresentante. Bisogna sapere che i rappresentanti di istituto durano in carica circa da dicembre a dicembre dell'anno scolastico successivo e la sorte volle che l'anno dopo i due che erano in lista con me non fossero più nella mia scuola. Chi che era stato eletto era passato all'università, e l'altra ragazza prima di me aveva cambiato scuola. Poiché i candidati in lista erano tre la reggenza era dunque finalmente mia. Mi sarei potuto battere per i diritti degli studenti, o così almeno pensavo prima di partecipare al mio primo ed unico consiglio di istituto. Un consiglio fatto di approvazione di bilancio e dall'annosa questione della porta sul giardino. La detta porta era l'accesso all'esterno che gli studenti usavano all'intervallo per andarsi a fumare una sigaretta in santa pace senza uscire dalle mura scolastiche e senza per questo doversi rintanare nei bagni. Ma si sa come l'ipocrisia regni sovrana nella nostra società e nelle scuole non meno che altrove. Dunque, se gli studenti fumavano, non dovevano farsi vedere dai passanti, perché quale sarebbe stata l'immagine della scuola? Il preside preoccupato non tanto dalla salute degli allievi, quanto dalla cattiva pubblicità, si era dunque adoperato per chiudere la porta sul giardino. Il risultato era stato che i giovani tabagisti usavano i bagni per soddisfare la loro esigenza di nicotina e che entrare in un bagno qualunque equivaleva a entrare in un banco di nebbia puzzolente lasciato dalle sigarette. Il puzzo di fumo inoltre impregnava così profondamente ogni fibra degli abiti indossati (mutande comprese e non sto scherzando) che bisognava lavarli per mandarlo via, a perenne memoria di quando prendesti l'infausta decisione di andare a pisciare. Quando feci notare in consiglio di istituto l'assurdità e le conseguenze della decisione di chiudere la porta sul giardino mi fu risposto che non era vero e che comunque si sarebbe smesso di fumare anche nei bagni... ma nel mentre avevo rotto talmente tanto i coglioni che mi ero pure fatto assicurare che anche i professori avrebbero smesso di fumare all'intervallo. Ovviamente nulla di ciò avvenne. La porta del giardino rimase chiusa, i professori continuarono a fumare all'intervallo e i bagni rimasero pieni del fumo di studenti che non si dovevano vedere. Era la prima di tante rassicurazioni fatte a vuoto che avrei sentito. Se si fosse fatto metà delle cose che di cui ho avuto rassicurazione oggi Firenze sarebbe un'altra città. A volte mi chiedo se la gente mi dà ragione come la si dà ai cretini? Beh su questo interrogativo fine della prima parte delle storie mia candidature...se vi è piaciuta questa puntata e vi interessa il seguito non avete che aspettare a giorni SOLO SU QUESTO BLOG!!!


il vostro

G.J.B



4 commenti:

Piero ha detto...

Mi ero svegliato presto, avevo deciso di rispondere ma ho avuto difficoltà ad entrare nella pagina dei commenti, mi è riuscito solo ora, ma ormai è tardi, sarà per la prossima volta, speriamo ti passi la febbre, ciao Piero

Anonimo ha detto...

semplicemente: un pensiero
Patrizia C.

Anonimo ha detto...

Oh no giulio! Voglio leggere il seguito! mi stavo appassionando!!!!
Sono passata per un saluto visto che è tanto che non ci si sente.. (però ti leggo sempre)
Un abbraccio
Alice

Anonimo ha detto...

Anch'io voglio leggere il seguito!!! Sono curiosaaa!!! Dai dai dai, Giulo, continua a scrivere!!!
Un abbraccio grande,
Roby