In tutti questi mesi di scrittura diaristica e autobiografica non vi ho ancora parlato di quando il blog non c'era, di come la mia vita sia stata ripresa per quei capelli folti che ancora aveva (già...se le cure fossero iniziate qualche giorno non sarei più in quello stato che comunemente definiamo “vivo”) e di come sia nato il blog. Già prima della mia leucemia come molti giovani della mia età conducevo un esistenza “tranquilla” e senza blog. La mia era fatta dal desiderio di laurearsi e sistemarsi con la propria ragazza, dai miei amici e dalle serate di leggere per non dimenticare, dal FotoClub e ovviamente dalle mie passioni per la fotografia e per la scrittura (stavo lavorando alla realizzazione di una serie di racconti riguardanti lo squallore del mondo politico e para-politico che per ora ho abbandonato perché mi deprime un po' troppo l'argomento). Cercavo anche un monolocale da prendere in affitto chissà con quali soldi? Ma confidavo che stringendo da una parte e guadagnando qualcosa dall'altra tra corsi di fotografia e grafica ce l'avremmo fatta a arrivare a pagare l'affitto a fine mese. E così i giorni passavano più o meno sereni con i problemi che tutti quanti ci troviamo a affrontare ogni giorno, le solite incomprensioni con le persone vicine, il solito traffico, i soliti ritrovi. Ricordo perfettamente che insieme alla stanchezza, negli ultimi tempi della fine di ottobre, ho iniziato ad avere un po' di temperatura. Ma una febbriciattola leggera che sarebbe potuta essere tranquillamente stagionale. Ma in meno di una settimana la temperatura si era trasformata in una febbre strana, alta e che veniva solo la sera. Non era una febbre normale. Sabato sera avevo 38 e mezzo e ero uscito a fare foto al “festival della creatività”. Ma mi sentivo stanco. Domenica sera ero a casa della mia ragazza e mica stavo tanto bene. Ma la mattina e il pomeriggio non ho problemi... “strana questa cosa però!”. Un po' di saggezza mi consiglia di parlarne con mia zia: sostanzialmente il mio medico da quando son nato. Il responso è chiaro: analisi del sangue. Vincere l'atavica paura degli aghi mi costa un po'. Siamo ormai agli ultimi giorni di ottobre: il giorno dei morti si avvicina e con quello le festività. All'Azienda Sanitaria Locale di Careggi l'attesa è lunga e i vecchi son tanti. Decido quindi di fare un bel giro sul mio motorino per ingannare il tempo e vado a ammirare i colori dell'autunno sulle colline di Careggi. Uno dei ricordi più cari “da sano” che mi ha accompagnato per tutto il corso delle cure e ancora oggi mi conforta è quello delle sfumature di giallo che coronavano la campagna toscana in quel giorno di sole. La liberà data dal motorino che si inerpicava per le strette strade circondate dagli ulivi è stato un vero tributo a me e alla natura. Passata un'ora torno alla ASL. I risultati li avrei dovuti ritirare più di una settimana dopo: era circa il 22 ottobre. Per la consegna si arrivava a dopo i morti (non credo che ci sarei arrivato). Intanto i giorni dopo sto sempre peggio. La febbre mi viene anche il pomeriggio e aumenta di mezzo grado ogni giorno che passa. I miei zii decidono che le analisi vanno recuperate ben prima del giorno del ritiro e si muovono conseguentemente. Passa ancora qualche giorno, il 24 di ottobre, giorno del compleanno di madre sto sufficientemente male da non mangiare praticamente nulla. Il fegato comincia a cedere e assumo un pessimo colorito giallastro. Scopriamo in quei giorni che il laboratorio di analisi aveva già i risultati ma la lentezza della “cosa pubblica” italiana non li concedeva se non dopo le festività. Intanto la situazione si fa evidentemente sempre più grave. Decidiamo dunque di farmi ricoverare, resta il dubbio tra ematologia e malattie infettive, ma ematologia prende evidentemente il sopravvento. Quando mi ricoverano non mi reggo in piedi. Il mio colorito è decisamente più giallo del normale tanto da intonarsi bene con i colori autunnali degli alberi, il fegato è messo evidentemente male e più che altro le mie forze sono ormai allo stremo. Ricordo bene la “veglia” dei miei familiari intorno al mio letto, in particolare mio zio che, in mezzo a tutto quel caos non ha praticamente mai abbandonato il mio letto come mi ha fatto poi altrettanto bene notare la mia dolce metà... il resto della casa invece era già in evidente fibrillazione tanto che perfino io, obbligato a letto, riuscivo a rendermene conto. E finalmente arrivò il giorno del ricovero. Mi hanno portato in barella tre buffe signore che si misero a parlare con mia madre di come faceva ad avere piante così belle e di come trattasse quel parquet così lucente. In ospedale mi misero in una camerata al reparto Sud di ematologia di Careggi. Il letto non era pronto subito e aspettai in un salottino bianco e blu. Ero un po' scomodo ma intorno avevo la mia famiglia e la mia dolce metà con la quale ebbi pure la forza di avere un piccolo battibecco. Poi sono stato portato in una stanza con altri due letti, il mio che era quello più vicino alla porta, quello accanto al mio: di Narciso, tipografo di Montecatini che ancora ad oggi sento. Narciso: vitale giocatore di carte sulla settantina che adesso probabilmente è chiuso in isolamento a Caraggi farsi il suo bel trapianto di midollo e aspetta di poter tornare a farsi le sue belle partite con gli amici e di tornare alla sua tipografia. E infine nell'ultimo letto il fu Marcello, spentosi in quei giorni tra troppe sofferenze, con sua moglie, forse di nome Luana, che lo vegliava continuamente. Avevamo immediatamente imparato a “volerci bene” in quella situazione e in realtà ancora mi chiedo di come mi abbiano potuto sopportare i miei vicini dato il flusso di persone che venne a trovarmi ininterrotto durante le ora di “passo”. Ma la solidarietà umana è più grande di quel che si pensi e so di per certo che nessuno dei miei compagni me ne han voluto per questo.
Ho altri ricordi di quei giorni confusi in cui mi han dovuto perfino lavare nel letto. Ricordo per esempio mio zio che ha trascorso diverse notti nel salottino vicino senza mai lasciarmi, ricordo le partite a carte con Amal e Narciso, ricordo la gentilezza dei miei compagni di stanza e tutte quelle persone che mi son venute a trovare. Ricordo con gran piacere il mio buon P.J. che si portò dietro anche i suoi bambini ma gli toccò lasciarli in sala d'attesa. Ricordo Rosanna Bettarini e Lucio Trizzino, esimio architetto che dai suoi azzurri mi disse di trarne quanto potevo da questa malattia. Ho cercato di seguire il consiglio. Ricordo i miei amici del Capponi, neanche tutti miei studenti. Ho tanti bei ricordi di tutti quanti. Ma meglio di tutto ricordo forse la faccia di mia zia e l'altro dottore che mi dicono che ho una leucemia. Le facce sono scure e il silenzio li ferma. Non so cosa pensare mentre il tempo si dilata. Cerco di carpire qualcosa dalle espressioni. Nessuno parla poi uno dei due, mia zia credo, rompe gli indugi:
Giulietto, hai una brutta malattia: hai una leucemia.
Sto zitto e rifletto su quelle parole, frugo nelle mie scarse conoscenze mediche, mi par di aver sentito che si guarisce, ma non ne son mica sicuro. Esito. Penso che forse sono arrivato alla fine dei miei giorni, poi mi faccio coraggio e lo chiedo:
si cura?
Interviene il dottore:
si si altrimenti avevamo già un biglietto per le Bahamas
ok... è andata bene. Ora passiamo alla fase due. Mi fa paura anche quella ma il peggio è passato forse:
Avrò danni permanenti?
Ci sarebbe quella storia dell'evirazione
risponde il dottore. Per fortuna aveva sbagliato termine e io non avevo sentito bene. Vi posso assicurare che ho ancora le mie palle e me le tengo ben strette.
E il blog invece com'è nato? Questo blog che tanto ha cambiato il corso strano della mia vita e credo che abbia cambiato anche la vostra... già questo blog com'è nato? Strano che nessuno me l'abbia ancora chiesto, diciamo che dai più è stato quasi accettato come cosa “naturale”, esistente di per sé.
No, il blog non esisteva ed è nato semplicemente per raccontare un po' a tutti quei miei amici che mi vogliono bene come stavo (e come sto). Per evitare anche sostanzialmente di dover dire a tutti le stesse cose, perché dopo un po' ripetersi viene a noia. Così è nato il blog quasi per pigrizia sostanzialmente. Beh, poi ci è presa la mano e quel che è nato e nasce è storia contemporanea. E ora vengono invece le note dolenti: perché uno scrive? E ancora, perché io scrivo? Di solito chi fa una qualunque cosa la fa per un motivo. Sia esso il migliore o il più incomprensibile, vi è quasi sempre una ragione per la quale una persona agisce, anche quelli che comunemente definiamo pazzi credo seguano un logica. Detto questo una persona può scrivere per tanti motivi: semplicemente comunque per “comunicare” anche solo con sé stessi. A quanto ne so vi sono studi che individuano nell'attività diaristica un indubbio vantaggio per la mente. Ma io invece perché scrivo? E come scelgo quel che scrivo? All'inizio ve l'ho detto, non mi sono neanche posto il problema. Ho scritto e basta. Ho scritto come stavo e quel pensavo di getto. Ne avevo bisogno: da là è venuta quell'ironia che ha caratterizzato il mio blog scrivevo nello stesso modo in cui parlavo, non mediato, non meditato. Anche ora scrivo abbastanza di getto, ma vi è una meditazione dietro... decido di cosa scrivere, lo scelgo e decido come scriverlo. Penso sostanzialmente a una sorta di breve scaletta mentale. A scapito forse dell'ironia. Beh vi accontenterete. Comunque sia perché scrivo? Cosa mi ha spinto a sedici anni a pensare che volevo fare lo scrittore? E cosa mi spinge adesso? Sostanzialmente l'utilità... ho sempre pensato che gli scrittori (come un po' tutti gli artisti che compongono) avessero un dono speciale. Quello di poter consolare gli altri, di far sentire meno sole le persone, di dare speranza, di regalare bellezza. Neruda parla di uno dei ricordi più belli della sua vita di quando recitò le sue poesie ai minatori di rame in Cile. Se non ricordo male un minatore con la faccia completamente nera di carbone si mise a piangere mentre lo ringraziava. E quante poesie di amore sono servite per immense dichiarazioni? E ancora chi appunto non è mai stato consolato da un libro? I libri regalano idee e speranza non a caso hanno avuto tante volte vita difficile. Inutile ricordare i roghi nazisti e inutile ricordare i “libri proibiti” che caratterizzano ogni dittatura o ogni chiusura mentale. E dunque perché io vi sto scrivendo adesso e continuerò a farlo? Nella speranza di “regalare” tutto questo. Sostanzialmente ho sempre voluto scrivere per questo, so che c'è chi scrive solo per sé e lo capisco e lo rispetto. Ma non è il mio caso. E in questo momento per me scrivere è fondamentale per non sentirmi “inutile al mondo e alle mie dita” come dicevo. Il fatto di potervi regalare emozioni e riflessioni mi fa sentire in qualche modo utile e mi fa percepire la scrittura come un lavoro e come un bellissimo dovere. Per come la vedo possiamo trovare un senso per la nostra vita nel fare qualcosa di “utile” per gli altri. Nella nostra società il lavoro è espressione di questo. È evidente che il lavoro di un medico ha un'immediata ricaduta, lo stesso si dica per un infermiere o quant'altro. Per uno scrittore non è necessariamente così. Però il fatto che mi diciate delle emozioni e delle riflessioni che leggermi vi suscita mi dà un senso di utilità. Esattamente come quel minatore per Neruda. E il mestiere dello scrittore ha un “vantaggio” non indifferente che si può continuare a lavorare anche dopo la fine dei nostri giorni. Che è una “consolazione” non da poco. Certo, sono pochi quelli che ci riescono ma tanto vale tentare, credo che sia la speranza di ogni scrittore. Personalmente non ho mai capito quel Virgilio che amo e ho amato tanto che voleva che il suo lavoro fosse tutto bruciato. E dunque ecco perché io scrivo questo blog: sostanzialmente per sentirmi “utile” per condividere, comunicare e perché spero che possiate apprezzare di più la vita che fate là fuori. E magari che vi sentiate meno soli. Se vi sono riuscito allora il mio tempo è stato “speso” bene e il mio impegno ripagato. Anche se, vi dirò, non ho intenzione di passare la vita a scrivere su di questa cazzo di malattia. Però per tanti motivi questo è lo stato attuale delle cose e pare che sia utile a me e a voi. Quando sarò guarito ho diversi altri progetti magari continuo anche il “tengo famiglia” ovvero quel libretto sulle storie di ordinaria politica... ma questa è un altra storia...
Finisco raccontandovi di quest'ultima giornata ospedaliera, dato che domani mi dovrebbero dimettere, passata senza incidenti di sorta. Sostanzialmente ho vissuto questi giorni sperando di non avere troppi effetti collaterali e che mi sia permesso di stare tanto bene da potermi godere la compagnia della mia dolce metà che dovrebbe arrivare domani. Spero anche che questo sia l'ultimo ciclo di chemio e che mi portino al trapianto prima della fine di febbraio... ma sono speranze, stiamo a vedere e godetevi la vostra vita da sani... come io cerco di godermi la mia.
Un bacio
il vostro
6 commenti:
Bello come sempre leggerti.
Il rapporto tra scrittore e lettore è forte ed anche quest'ultimo ci mette del suo: una volta dato in pasto al pubblico il testo assume vita propria, ognuno ne fa l'uso che crede e di solito l'autore non lo sa. Tu invece con i tuoi lettori hai continui riscontri, che si approfoNdiranno anche nel tempo.
Mica Male!
Ti lascio: Carlo mi ha preparato una cioccolata calda che sarà lA NOSTRA CENA: bACI aNNA m.
Caro Giulio,
ho appena ricevuto delle foto della casa di Neruda da un'amica che è stata in Cile. Un posto da sogno.
Oggi quando ho letto l'ultimo tuo post sono rimasta meravigliata da come tu riesca a sorprendermi. Certo, ti leggo sapendo chi sei e dove sei, il che condiziona certamente la mia lettura ... ma poi mi perdo nelle tue parole, seguo il flusso delle frasi dimenticandomi per un po' di te come figlio di Maria e Franco, perdendomi. Ti lascio con le parole di Thornton Wilder:
"The future author is one who discovers that language, the exploration and manipulation of the resources of language, will serve him in winning through to his way."
e con un caro saluto.
laura g.
il tuo svelarti, raccontarti, di questi ultimi giorni mi ha molto colpita, tanto che non trovo, per ora, le parole giuste per interloquire ed esprimere quello che tutto ciò ha suscitato in me.
Ti penso sempre e ti mando un abbraccio
Patrizia C.
Sai, passavo per questo blog, per un motivo o per un altro, questo non è importante... e ho letto un po' di quello che hai scritto (un po' a casaccio, prima un giorno, poi un altro, a me piace fare così...) ho pensato di segnalarti questo gioco... si chiama Hattrick ( http://www.hattrick.org ).
E' un gioco di calcio manageriale (ti piace il calcio?), è gratuito (come piace a me) e tutto sommato molto divertente, ricorda "scudetto". Dagli una occhiata, hai visto mai che ti piaccia...
Un saluto
Le1
P.s. Da quello che ho letto sei un vero duro, complimenti!
ma le tue ultime parole:godetevi la vostra vita da sani sono un ammonimento importante per me che a questa tenera età so ancora perdermi in inutili annodamenti,
grazie Giulio
Patrizia C.
..prima di ammalarti avevi il desiderio di laurearti??!?!! Non sei credibile, cazzeggiavi mane e sera come un cinghiale sbronzo!
Ottima partita ieri sera, dopo non riuscivo a addormentarmi per il divertimento (come ai primi tempi di errolf)
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