venerdì 25 gennaio 2008

25-01 - 1mo giorno di ricovero, quasi un voltarsi indietro

...ed eccomi qua a scrivere mentre guardo dalla finestra della stanza dove sono ricoverato. Sto bene, sono tranquillo, non fossi in un reparto d'ospedale non direi nemmeno di essere malato. Ieri sera mi sono messo a rileggere quanto avevo scritto negli scorsi giorni... Non credo di essere in realtà a rendere efficacemente lo stato di dissociazione in cui versavo. Perché dissociazione? Sostanzialmente provate voi a essere buttati dentro una stanza senza uscire per un mese, perdere tutti i capelli e 10 kg senza poter baciare nessuno, poi uscite, fatevi 2 giorni e 2 notti sotto effetto di droga mentre vi portano a Milano e vi riportano a casa. Poi riprendetevi nel vostro letto ma non avete forze per camminare tanto che perfino i vecchini con il bastone vi superano mentre attraversate la strada. Dopo tre o quattro giorni tornate a Milano e fatevi ricoverare in un reparto d'ospedale per 3 giorni, uscitene. Restate ad abitare in una stanza d'hotel con i vostri genitori per una decina di giorni ulteriori, uscendo pochissimo perché siete costretti nel letto da un mal di testa che vi attanaglia appena vi alzate. Tornate a casa per la vigilia di Natale e cercate di fare tutto quello che vorreste (compreso fondare un'associazione) ma non avete neanche il tempo di rilassarvi un attimo perché il primo gennaio si torna su. Una settimana è già passata e non avete neanche scelto i vestiti da portare con voi. La vostra camera intanto, le vostre cose, tutto quanto è stato spostato e messo altrove: non un libro al suo posto, non una borsa, neanche i quadri alle pareti... il vostro computer, fedele compagno, è stato riassettato e avete perso tutti i dati che c'erano sopra. Intanto vi spostate di nuovo: casa di Milano2. Inizia di nuovo la chemioterapia mentre vivete ormai da due mesi senza essere mai stati lasciati soli. La vostra privacy è stata ormai distrutta da tempo. Non avete neanche più controllo dei vostri soldi perché la tessera del bancomat si è rotta e non avete ovviamente avuto tempo per rifarla. Vivete in quattro sotto lo stesso tetto, tu, la tua ragazza e i tuoi genitori che ovviamente, per il momento, non lavorano né fanno altro che stare con te... nel mentre i tuoi sensi ti tradiscono: effetti collaterali per cui gusto, vista e tatto fanno brutti scherzi. Ma quello sarebbe il meno, inizi a sentire la stanchezza anche se le cose vanno bene. Di “prima” comunque ti manca praticamente tutto quello che ti identificava: i vestiti sono quasi tutti nuovi, le tue cose non ci sono, i capelli nemmeno. Le mura sono spoglie e quando esci di casa e non sai dove sei perché non conosci i posti. Per giunta sei in un quartiere residenziale in cui tutto si rassomiglia e si ripete contribuendo a dare un ulteriore senso di irrealtà alle cose. L'unico tuo mezzo di spostamento possono essere i taxi ed è già molto. Ma non puoi essere lasciato solo e ogni giorno comunque devi andare all'ospedale per farti fare la radioterapia. In tutto questo trova due giorni per scendere a Firenze, tirare il fiato, lavorare, vedere più amici possibile e riparti immediatamente, non prima di aver cercato di riordinare frettolosamente le tue cose. Ieri l'altro ero in una dimensione mentale distorta: un po' per il troppo cortisone che ti dilata le pupille. Una dimensione nella quale non sai neanche quando e se tornerai a casa, non sai quale sia casa tua e sostanzialmente in certi momenti non sai più chi sei... questo succedeva qualche giorno fa. Ora sono qui, tranquillo che tiro il fiato in un reparto d'ospedale... eh già... da ieri infatti la cosa è migliorata da quando mi son risolto e ho realizzato che per i prossimi quattro-cinque mesi non mi muoverò da Milano. Paradossalmente questo pensiero mi ha ancorato a una realtà nuova e confortato non poco. E dunque eccomi qua in questa bella giornata di fine gennaio che a guardar fuori. Verrebbe davvero voglia di uscire e prendersela di vacanza... ma come la gente sana (sana???) deve lavorare io devo curarmi e dunque non ho troppe difficoltà a stare qui. Le notizie comunque sono buone: il ricovero dovrebbe durare 4-5 giorni, il ciclo di chemio dura 3 giorni e non è prevista la puntura lombare. Qui in reparto sono attrezzato al meglio “budellone” è stato settato alla perfezione con musica, film, connessione a internet. Per la prima volta ho “previsto” un ricovero. Il mio compagno di stanza è un alto e anziano idraulico del Nord. Gli occhi azzurri e lo sguardo di chi in fondo sta bene: il suo unico problema è che è leggermente claustrofobico ed è costretto a stare chiuso qua dentro... ma in realtà è tranquillo... chissà perché mi vien da pensare alle colline toscane e alle feste a cui andavo: è un bel ricordo. Sto ascoltando Avril Lavigne che mi ascolto “a scazzo” in macchina quando guido tra le strade tortuose... forse per questo. Avrei voglia di andare a un festa stasera. Vabeh... non che mi perda molto. In reltà non ho mai amato troppo feste e festini vari, però che c'entra... una volta ogni tanto. Comunque il periodo che mi appresto a affrontare forse sarà finalmente buono, sono fiducioso che non ci saranno grossi problemi: mi sbucherelleranno un po' le braccia e basta spero. Ora posso preoccuparmi di come non “essere inutile al mondo e alle mie dita” per citare E. Lee Master e il buon Faber. Ho forse il tempo e il modo di “annjoarmi” un po' che credo sia un gran risultato... anche perché se mi conosco un po' qualcosa da fare lo trovo sempre. Magari entro in ansia perché non mi basta... e comunque posso sempre darmi a quel che sto facendo anche in questo momento: scrivere.

La scrittura è un ottima compagna. Chissà che prima o poi diventi anche un mestiere.

Vorrei comunque parlarvi di alcuni ricordi di questa esperienza di malattia. L'altra volta per esempio ho parlato di “casa” ma non l'ho fatto come avrei voluto... il primo ritorno a casa per esempio: la prima volta fuori dal reparto di Careggi. Com'è che sono uscito? Sapevo che quel giorno mi avrebbero dimesso ma c'è voluto diverso tempo. Sono uscito verso le sei perché una trasfusione non arrivava. Beh non ricordo com'ero vestito ma ricordo perfettamente che i pantoloni mi calavano. Quando ho messo piede fuori dalla stanza non ricordavo com'era l'ambiente esterno perché l'avevo visto solo una volta entrando, Un corridoio su cui si affacciavano diverse porte. Tutte chiuse ovviamente. Per terra il pavimento blu si stendeva davanti a me, i miei passi a scorrere. E in mano? In mano una penna, la mia stilografica verde regalatami il Natale precedente dalla mia dolce metà. In quale mano la tengo? La destra? No..., la sinistra. Simboli e simbologie. La linea di demarcazione della fine del reparto si avvicina. Saluto ancora con la mano infermieri e dottori nella saletta. Proseguo a passi veloci e la penna passa da una mano all'altra... alla fine mi risolvo: la tengo stretta con tutte e due. Ecco... varco la linea rossa di confine tracciata per terra. Sono fuori dal reparto... sono fuori. Fuori. Rido, sono felice, emozionato. Ed ecco che mi chiamano: ho lasciato il pigiama in stanza. “vallo a prendere” tuona mio padre. Non voglio, là non ci rientro... mio padre insiste. Non voglio ma sto per cedere. Non voglio, non ci voglio tornare là dentro. Ho la gamba sospesa per aria sulla linea di demarcazione quando passa un'infermiera. Me lo faccio portare da lei il pigiama ma il piede là dentro non ce l'ho rimesso... non ce l'ho rimesso il piede là dentro e ne sono ancora contento. Scena buffa? Forse. Esco finalmente all'esterno e prima delle scale ma mi devo sedere un attimo. Mi gira la testa e mi metto a piangere. Sono felice. Poi affronto le gradinate. Scendo appoggiandomi a mio padre. Per la prima volta da tempo sento il freddo sul viso, la portiera della macchina si apre e mi infilo dentro. Ricordo ancora la sensazione strana di stare in quella macchina e di vedere la gente fuori... ricordo perfettamente di essermi quasi meravigliato a vedere una donna camminare vicino a un cassonetto della nettezza... “qualcosa di così sporco!” E le luci, tutte quelle luci, fari, catarifrangenti, che si muovevano... e la strada che va. Arrivo e mi aiutano a scendere. Finalmente varco la soglia di casa. Che faccio? Mi guardo intorno stranito, non so cosa fare. Mi vado quindi a sedere sul divano nel salotto. Sono là, da solo in silenzio che mi guardo intorno. Ho ancora addosso il giaccone verde e i miei occhi si posano sulla pipa davanti a me... “la potrei fumare” penso... poco conta che non l'abbia fatto. L'avrei potuto fare. E rimango là, cinque minuti come un cretino a guardarmi intorno pensando a quello che potevo e non potevo fare, senza in realtà realizzare a pieno. “Cosa posso toccare senza pericolo?” Finché qualcuno non ti dice... “beh... non ti spogli?” e tu torni a te stesso. Blog strano stasera forse... ma d'altronde viviamo in giorni strani fatti di crisi politiche... loro nel palazzo e noi a continuare la lotta. Noi nei nostri palazzi, nelle nostre strade, nelle nostre piazze. Io nel mio ospedale. Forse sto tirando un po'di somme stasera in questo giorno di vita tranquilla vita. Sto bene, mi manca solo di stare nella mischia fiorentina: un ottimo segno. Già... sto iniziando a pormi il problema di me nei confronti del mondo esterno e della società in questi e nei prossimi mesi di malattia: spero che mi arrivino i libri per studiare al più presto così preparo la tesi e quest'estate sarò dott. Giulio Jay Bogani. Ehehhe.


Per ora vi saluto


G.J.B.



5 commenti:

rooftop ha detto...

Ciao, Giulio.
Mi è piaciuto sapere che ieri sera mentre io leggevo per la prima volte le tue descrizioni, le tue riflessioni, le tue battute, tu le stavi rileggendo. Mi è piaciuto anche sapere che la giornata è stata bella anche a Milano.
Sogni d'oro.
laura g.

Piero ha detto...

Non è facile fare un commento al tuo scritto del 25-01, non è facile perchè tutti noi abbiamo seguito il tuo iter in base a quanto tu ci descrivevi, per lo più, fortunatamente spesso in maniera ironica. Questa volta ci fai entrare nel vivo delle tue sensazioni, sensazioni che prova chi d'improvviso viene privato della propria libertà, intesa globalmente, quindi non solo la privazione dei propri spazi, ma anche la privazione di potersi autogestire. Ritengo comunque che la descrizione che hai fatto possa servire a tutti per poter apprezzare a pieno del privilegio che godiamo quotidianamente e che noi definiamo vita routinaria. So che questa nuova fase del tuo ciclo terapeutico è più impegnativa delle precedenti, ma va affrontata comunque, un forte abbraccio e FRAM .
PS in settimana entrante cercherò di incontrare i legulei per vedere quanto riusciremo a produrre

Anonimo ha detto...

A letto, la sera non posso fare a meno di immergermi nella lettura, perché mi affascina entrare in mondi di esperienze ed emozioni diversi dal mio. Visto che anche leggere ciò che tu scrivi mi dà le stesse sensazioni, è evidente che tu sei uno scrittore. Direi anche di un certo spessore, perché cerchi di andare a fondo, di scandagliare la tua vita ed anche così entri in comunicazione profonda col lettore. In più non temi di esporti, non hai dunque paura del giudizio e questo è segno di forza, lasciatelo dire da una che ha solo mentalmente "messo per scritto" idee, esperienze...
Ti mando questa breve citazione di Hawthorne (dal Manifesto di ieri):
"Dovunque vi sia un cuore e un intelletto, le malattie del corpo che li ospita riflettono le loro peculiarità".
Ciao Giulio, spero che il sole stamattina brilli anche a Milano, reale e metaforico. Anna M.

laura freeman ha detto...

Caro Giulio,
i commenti dei tuoi amici mi hanno fatto molto felice. Loro sono riusciti a parlarti direttamente - cosa che io non sono riuscita a fare ieri sera. Neanche ora tanto, perché leggendoti uno non può che non immedesimarsi. Ieri sera ho chiacchierato un po' con la Sara (che lavora in Guatemala). Era un po' distratta mentre "chattavamo" su gmail perchè ho messo il tuo blog come status message e lei lo stava leggendo. Ci fai "camminare nelle tue scarpe" (calco orrendo dall'inglese, ma so che mi capirai). Adesso torno a sbrinare il congelatore ed a correggere esami ... ma ci tengo che tu sappia che ti penso e che tifo per te.
Una dei primi detti che ho imparato qui in Italia è stato: "sempre bene non può andare, sempre male non può durare" ... forza e coraggio. Ne hai già dimostrato tanto.
con affetto.
laura g.

Anonimo ha detto...

Quando mi capita di uscire di casa dopo essere stato due o tre giorni a letto con l'influenza (l'influenza non è una donna purtroppo...) avverto una sensazione strana, mi sembra di vedere le strade, le auto e tutto il casino che c'è fuori come un qualcosa di cui momentaneamente non faccio e non ho fatto parte, mi sento per un attimo come uno spettatore del mondo. Poi dieci minuti dopo tutto svanisce e vengo riassorbito dalla scena, dal tran tran, dalla vita "solita". Immagino che questa sensazione (fatte le dovute proporzioni) sia simile a quello che provi te ogni volta che vieni sballottato da un posto all'altro. Anche qui a Firenze oggi è stata una bella giornata ma sono dovuto stare in casa al pc perchè dovevo finire un lavoro, ogni tanto ho guardato dalla finestra il cielo azzurro. In effetti il cielo è lo stesso qui o a Milano o ovunque nel mondo, ognuno ne guarda un pezzetto diverso...ciao ciao Matteo B.