venerdì 11 gennaio 2008

11 Gennaio - Spaesamento... FINALMENTE dopo tanto silenzio impressioni milanesi

Eccomi dunque a metà di questa giornata uggiosa. Era diverso tempo che volevo scrivere e ancora non ho trovato il modo giusto di farlo, sperando che questa sia la volta buona.


Dovrei dunque iniziare con il parlare della mia attuale vita milanese, di questo capoluogo lombardo che ancora stento a capire. La città affossata dalla nebbia e dalla coltre grigia che sembra caratterizzarla sembra celarsi dietro a un senso di indefinitezza. Di pianeggiante indefinitezza potrei quasi aggiungere.

Non so bene spiegare cosa sia che consegna questo senso impalpabile alle mie giornate, sicuramente il mio dover presentarmi ogni giorno in ospedale contribuisce non poco a un certo senso di smarrimento...


Già, e dunque iniziamo proprio dall'ospedale: il San Raffale. Questo grande centro che mi accoglie ormai quotidianamente si staglia a poco più di un kilometro dalla mia nuova dimora. Ad arrivare in macchina ci vogliono meno di cinque minuti dopodiché un parcheggio laterale e infine ancora qualche centinaio di metri e una rampa di scale porta all'entrata principale posizionata nel primo livello del sottosuolo.

Non mi è ben chiaro il motivo di tale scelta architettonico-logistica comunque sia è da notarsi che la struttura è in evidente ampliamento visto che d'intorno allo spettatore, nella piana, svettano gru e alti scheletri di futuri reparti.

Il mio reparto, ovvero quello di ematologia è diviso tra il sottosuolo (piano -1) e il secondo dove in realtà si svolge praticamente tutta l'attività (a parte i tristi aspirati del midollo che si fanno al sottosuolo)... Insomma è al secondo piano che vai se vuoi parlare con i dottori o con gli infermieri, là vai se ti devi far trasfondere e così via. E dunque parliamo anche un po' delle persone che fino ad ora mi è capitato di incontrare. Allo stato delle cose, per esempio, pare evidente che di me si prenda cura un giovane medico di nome Fabio Giglio, con il quale mi sembra di aver instaurato un ottimo rapporto. Sempre disponibile, chiaro, diretto Fabio (poiché ci diamo del tu) avrà un'età imprecisata che si deve aggirare intorno ai trentacinque anni, si erge magro nel camice azzurro e nella sua altezza con un grande “cesto” di capelli ricci. Occhiali di celluloide neri piantati su un naso deciso e un bel sorriso gli coronano un'espressione che a me viene istintivamente simpatica. Poi ci sono le infermiere, gentili, attente e comunque abbastanza riservate. Ancora non ho avuto modo di conoscerle troppo bene. Ricordo in questo momento in particolare solo Nelly, bionda sulla quarantina di chiare origini francesi che ti parla con il suo accento inconfondibile mentre si cura di pulirti un catetere piuttosto che della chemioterapia.

Infine, frequentazione assidua di questi giorni, c'è la mia radioterapista: biondina milanese di appena un anno più di me di cui colpisce subito il modo diretto e schietto di approcciarsi. Ti guarda ben fisso dal basso dei suoi occhialini da naso dritto, che gli rendono, forse ingiustamente, un fare severo. Dico forse ingiustamente perché cerca quasi sempre di accompagnare la conversazione con un sorriso, che in realtà, a mio avviso, poco le si addice.

Per ora le mie conoscenze milanesi vanno poco oltre queste persone: il resto dei rapporti si è consumato per la maggior parte tra taxi e botteghe, che comunque non hanno lesinato sorprese e considerazioni. Se infatti questi ultimi giorni ho scritto poco (e mi devo-dovete perdonare per questo) il tutto è stato dovuto al fatto di cercare di uscire, o per lo meno di comprendere, questo senso di spaesamento dal quale mi sento comunque avvolto.

Uno spaesamento che si basa su diversi tipi di percezione: innanzitutto spaziale. In effetti qui è tutto incredibilmente piatto. È piatto il paesaggio, poiché non si vede collina o altura sulla quale si arrampichi albero, bosco, o montagna dietro alla quale si nasconda il sole. (Quanto mi manca il mio appennino!). E' piatto il tempo tendente sempre al grigio e pare piatta la città stessa sospesa in una nuvola ininterrotta di negozi, abitazioni e produttività. Ciò che infatti va evidentemente a braccetto con l'impianto urbano è la sua vocazione produttiva. Qui si fa, si fabbrica, con evidenti conseguenze su ogni piano: a iniziare dall'eccellente puntualità che contraddistingue la vita fin ora riscontrata. Mi chiedo se ciò non rischi di portare le persone a sentirsi eccessivamente al centro di una frenesia immotivata fatta forse, nel peggiore (e non infrequente) dei casi, di una certa boria al milanese. Quasi come se ci fosse bisogno di dimostrare la propria individualità, la propria milanesità. Non è raro trovare un milanese che tenga un'aria sicumera, certa di rapporti sociali ben definiti, scanditi ovviamente dal denaro. Come se questa Milano, sicuramente superficiale che mi sono trovato davanti mi volesse dare fin da subito l'idea di una città ricca. E poiché la ricchezza non è storica o monumentale allora risulta evidente che essa vada esibita in altro modo. A partire dai vestiti, dalla moda, dalla distesa di vetrine e negozi che ricoprono, invadono un centro cittadino, altrimenti abbastanza vuoto, in cui camminano i nostri milanesi. Già, essi sono o paiono essere i padroni della città almeno quanto i turisti lo sono di Firenze. La cosa particolare è che sembrano ripeterselo l'un altro che son padroni di questa città, di questo stile di vita, di questa grande marca: “Milano... Milano... Milano”. Gran parte degli esercizi hanno il nome della città al loro interno: qui non c'è “caldaie”, ma “Milano caldaie”, non “beauty-center” ma “Milano beauty-center”... e allora ecco spiegati facilmente i nomi delle varie “Milano2”, “Milano3” che tanto suonavano strani al mio orecchio toscano. La cosa particolare e che al mio occhio difficile e polemico tale roboante fierezza appare del tutto immotivata e a volte perfino stucchevole. Non so per esempio di preciso che effetto faccia ai nostri milanesi il fatto di sentirsi dire, con totale sincerità, da me e la mia dolce metà che le cose qui costano poco rispetto che da noi... La faccia meravigliata è di rito, e ieri un tassista ha esordito con un “ma Milano è una delle città più care del mondo”... Forse sarà pure così, però io di saldi effettivi che vadano dal 50 al 70 a Firenze non ho mai avuto il bene di approfittarne, a meno che non si trattasse di svendite di negozi assolutamente non centrali. Qui invece pare essere la regola. Curiosa appunto la reazione quando si parla dei prezzi come se non fosse ben concepibile qualcosa di più caro e quindi di più ricco. Ed è forse curioso anche che io stesso in queste righe parli di soldi, acquisti e cose del genere come mai fatto prima d'ora... Effettivamente mi rendo conto che la morsa produzione-consumo pare essersi stretta intorno a me come poche volte prima d'ora... una morsa aperta con il famoso acquisto dello splendido loden a doppio petto blu che continua a starmi benissimo e ancora non del tutto chiusa. Non capisco bene ancora come funziona ma avverto chiaro in me un meccanismo insano che mi dice: “acquisto quindi esisto”... una molla scattata forse un po' anche perché effettivamente il centro cittadino non offre molto altro, un po' perché la stagione “di saldi” è propizia un po' credo effettivamente indotto dallo spirito cittadino. Uno spirito che però scommetto cela molto altro, dov'è quella Milano della cultura? Quella che non emargina i figli degli immigrati negli asili? Quella sì, della Scala, ma anche appunto della vita non degenerata nella così detta “Milano da bere”... già... la “Milano da bere” come non ricordarla in questo scritto odierno? Per chi, per motivi vari non rimembrasse bene, la “Milano da bere” è un espressione che viene da un noto spot degli anni '80 nel quale si rappresentava una vita felice e rampante, fatta appunto di agio e produzione: “la bevanda di una città che non dorme mai” mi sembra recitasse una delle frasi ripetute dalla pubblicità. Per poi appunto chiudere con il celebre motto “una Milano da bere”... Milano dunque intesa come modello immaginifico della perfetta città liberista e capitalista italiana. Un'immagine che tuttavia non mi convince in pieno, continua a non soddisfarmi come se fosse troppo apparente, troppo facile. Ho l'impressione di correre il rischio di non coglierne appunto un altra essenza: quella più intima, dei quali i suoi cittadini sembrano essere molto gelosi e molto parchi. Troppo facile limitarsi a ridersela alle spalle delle signore ingioiellate e impellicciate che sfilano agli angoli delle strade. Troppo facile dare una valutazione superficiale in cui ti dici “ecco questi si sentono i nuovi ricchi, e come tali si comportano”. Non che in tutto questo non vi sia qualcosa di vero, però... c'è un “però” che continua rodermi e che non si svela ovviamente: altrimenti finisce il mistero, che invece inizio adesso a assaporare. Peccato non avere ancora quella libertà di indagine che mi garantisce Firenze. Comunque sia credo che alla fine il dedicarsi a questo “mistero” sia il reale motivo per il quale non ho ancora né scattato una foto, né ho scritto molto in questi ultimi giorni... dovrete aver pazienza


Ah l'ultimo pensiero va a voi ovviamente i miei lettori e le mie lettrici e a chi mi scritto via email. Alla scrittura appunto che ho trascurato in quanto spaesato. Trascurato non tanto volutamente quanto piuttosto in un modo impercettibile, quotidiano. Il frutto per ora è stato questo... spero che ne sia valsa la pena, adesso mi metto a rispondere a un po' di posta in arretrato.


Un bacio


il vostro


Giulio J. Bogani



2 commenti:

Martina J. ha detto...

Che belle queste considerazioni su Milano... riesco a immedesimarmi bene in questo desiderio di indagare una città, anche io sono curiosa di carpire i segreti intimi delle città che visito. E inoltre, dato che a Firenze in questi giorni il tempo è ugualmente uggioso, mi è sembrato per un po' di essere immersa anch'io nella luce grigia di Milano...
Martina J.

Anonimo ha detto...

se ti capita vai a magiarti una cotoletta alla "cotoletteria" è un ristorante che si chiama così, non mi ricordo la via. fanno delle cotolette esagerate e buonissime, mai come la fiorentina però..
ciao Matteo B.