mercoledì 26 dicembre 2007

26 dicembre

che dire? alterno qualche momento di ansia che ormai purtroppo contraddistingue un po'il mio modo di stare a questo mondo e con la quale ho imparato a convivere, a momenti di calma in cui mi godo la vita... Ieri ho pensato che uno che scrive non ama scrivere solo di sé e soprattutto in questo momento che "sto bene" non ho voglia di scrivere della mia malattia, per la quale forse ho un ovvio rifiuto inconscio.
Siccome però attualmente non ho scritto niente di nuovo pubblico altre cose che avevo nel cassetto ormai da qualche anno sperando che vi possano piacere ugualmente:

Se ne stava là, coi pantaloni rotti e la birra sul tavolo. Birra scura la sua,birra forte. Come forti erano le sigarette, anch’esse sul tavolo, che s’accendeva a poca distanza l’una dall’altra. Stava a guardare le colline che gli si paravano davanti e lo faceva con la finta tranquillità di chi ricorda. Pensava a lei ma periodicamente le voci di due turisti francesi seduti al tavolo accanto lo riportavano alla sua sedia verde: si stava godendo l’ultimo sole d’una giornata qualunque di metà giugno: quel sole caldo e serale delle otto. Pensava a lei e ne sentiva la mancanza: quel sole se lo godeva da solo. Bevve un altro sorso di birra, poi posò piano il bicchiere. C’era un bicchiere soltanto su quel tavolino rotondo, quasi a volergli ricordare che non aveva nessun’altro con cui brindare. L’avrebbe voluta accanto: l’accompagnava fin là come per mano, fino a quella terrazza, fino al suo bicchiere. Le accarezzava i capelli e le sorrideva col sorriso di chi ha appena litigato e cerca di far pace. Ma aveva litigato soltanto con sé stesso.

La vedeva scherzare e guardarlo storto. Invece accanto aveva un casco da moto, quasi a volerle tenere il posto. Bevve un altro sorso di birra, poi fece di nuovo caso al panorama che gli si stagliava davanti: qualche casa, terrazze e un tetto di vecchie tegole rossastre sul quale ogni tanto si muoveva una piccola girandola di metallo. Era stanco, non aveva più voglia: si posò e s’accese una sigarillo di quelli economici.

«Curioso »,

si disse,

« come aspettare, come restar fermi, a volte sia molto più faticoso che andare avanti! »

Scrollò la cenere per terra, il vento gliela portò via.

Poi le gambe d’una ragazza lo distrassero.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Il fatto che tu non abbia voglia di scrivere a me fa piacere perché ti immagino sul divano, magari con un morbido plaid sulle gambe, attorniato da Amal e dagli altri tuoi cari. Il pranzo è stato ottimo di sicuro: conosco bene il cuoco!
Percio anche io ti lascio in pace, non prima di averti mandato un grande abbraccio. Anna M.

Anonimo ha detto...

A me fa meno piacere, che non abbia voglia di scrivere, perché con la raffinata crudeltà di cui solo gli scrittori bravi (qui c'è l'adulazione) sono capaci hai interrotto proprio sul più bello. Penso, probabilmente (e qui la carogna sono io, il lettore) perché non sai andare avanti. A questo proposito mi fai ricordare di quando connun compagno di liceo avevamo deciso di scrivere un racconto per corrispondenza. Dopo qualche lettera (e allora il servizio postale funzionava al punto di avere due distribuzioni, una mattutina e una pomeridiana - tutto ciò prima dell'alluvione) smettemmo presto, perché il nostro maggior divertimento era nel lasciare il racconto a un punto talmente ingarbugliato che l'altro doveva farticare non poco e ad andare avanti e a incasinare successivamente la trama per l'altro.
Alessandro M.

Anonimo ha detto...

Bravo Giulio! Il racconto è una chicca!Un saluto da Monza....